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Discromatopsia

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Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.
Discromatopsia
Tavola di Ishihara usata per diagnosticare la discromatopsia.
Specialitàoftalmologia
Incidenza mondiale1 su 12 (M)
1 su 200 (F)
Classificazione e risorse esterne (EN)
ICD-10H53.5
MeSHD003117
MedlinePlus001002
Eponimi
John Dalton

La discromatopsia è un’alterazione della visione dei colori caratterizzata da una ridotta o assente capacità di distinguere alcune tonalità cromatiche. Può essere congenita, generalmente stabile nel tempo, oppure acquisita in conseguenza di patologie dell’occhio, del nervo ottico, delle vie visive o del cervello, nonché dell’assunzione di determinati farmaci o dell’esposizione a sostanze tossiche.[1][2]

Le forme congenite più comuni interessano la discriminazione rosso–verde e sono generalmente legate al cromosoma X; più rare sono le alterazioni blu–giallo e le forme caratterizzate da una compromissione generalizzata della visione cromatica, come l’acromatopsia.

Il termine volgare "daltonismo" prende il nome da John Dalton ed è comunemente usato come sinonimo di deuteranopia; è impropriamente utilizzato anche come sineddoche per discromatopsia in senso più ampio.[3] L'esame del bulbo oculare di Dalton, conservato dopo la sua morte e analizzato nel 1995, ha mostrato che lo scienziato era affetto in realtà da deuteranopia.[4]

Un discromatopsico[5], ossia un individuo affetto da discromatopsia, non riesce a distinguere correttamente alcuni colori: ciò è dovuto alla mancata sensibilità a determinate lunghezze d'onda. Esistono varie forme, per esempio quella che confonde verde e rosso: davanti ad un disegno con un triangolo rosso su uno sfondo verde (o viceversa) il soggetto potrebbe non identificare il triangolo in quanto lo percepisce dello stesso colore dello sfondo.

Fu il chimico inglese John Dalton a fornire, nel 1794, la prima descrizione scientifica della discromatopsia, dopo essersi reso conto della propria condizione: il 31 ottobre di quell'anno presentò alla Manchester Literary and Philosophical Society l'articolo intitolato Extraordinary facts relating to the vision of colours (Fatti straordinari legati alla visione dei colori), pubblicato poi nel 1798 nei Memoirs della società.[4]

Fisiologia della visione cromatica

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La percezione dei colori dipende principalmente dall'attività dei coni, fotorecettori retinici operanti soprattutto in condizioni di illuminazione fotopica. Nella retina umana sono presenti tre classi principali di coni, denominate in base all'intervallo spettrale nel quale presentano la massima sensibilità relativa:

  • coni L, maggiormente sensibili alle lunghezze d'onda lunghe;
  • coni M, maggiormente sensibili alle lunghezze d'onda intermedie;
  • coni S, maggiormente sensibili alle lunghezze d'onda corte.

Le curve di sensibilità delle tre classi si sovrappongono ampiamente; per tale ragione le espressioni tradizionali "coni del rosso", "coni del verde" e "coni del blu" costituiscono semplificazioni e non indicano recettori sensibili a un solo colore. La percezione cromatica deriva dal confronto tra le risposte delle diverse popolazioni di coni e dalla successiva elaborazione dei segnali nelle cellule retiniche, nel nucleo genicolato laterale e nella corteccia visiva.[6]

La normale visione cromatica umana è detta tricromatica, poiché si fonda sul contributo funzionale delle tre classi di coni. Le alterazioni possono dipendere dalla modificazione della sensibilità spettrale di una classe recettoriale, dalla perdita della sua funzione o, nelle forme più gravi, dalla compromissione generalizzata della funzione dei coni.

Classificazione

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Tipi di discromatopsia e relativa prevalenza
Tipi di discromatopsia
Distribuzione dei coni nella fovea di una persona con normale visione cromatica (a sinistra) e di una persona con protanopia (a destra). Nella regione più centrale della fovea sono scarsi o assenti i coni S.

Le discromatopsie possono essere classificate secondo l'origine, congenita o acquisita, e secondo il meccanismo funzionale. Nelle forme congenite si distinguono il tricromatismo anomalo, il dicromatismo e il monocromatismo.

Tricromatismo anomalo

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Nel tricromatismo anomalo sono presenti tutte e tre le classi di coni, ma la sensibilità spettrale di una di esse è alterata. La discriminazione cromatica è conservata in misura variabile e può essere prossima alla norma nelle forme più lievi.

Si distinguono:

  • protanomalia, dovuta a un'alterazione del sistema dei coni L;
  • deuteranomalia, dovuta a un'alterazione del sistema dei coni M;
  • tritanomalia, dovuta a un'alterazione del sistema dei coni S.

La deuteranomalia è la più comune discromatopsia congenita.

Nel dicromatismo manca la normale funzione di una delle tre classi di coni. [7][8]

Si distinguono:

  • protanopia, nella quale è assente la normale funzione dei coni L;
  • deuteranopia, nella quale è assente la normale funzione dei coni M;
  • tritanopia, nella quale è assente la normale funzione dei coni S.

Protanopia e deuteranopia determinano alterazioni della discriminazione rosso-verde. La tritanopia interessa invece prevalentemente l'asse blu-giallo. Tali denominazioni non indicano una completa impossibilità di percepire uno specifico colore, ma identificano particolari assi di confusione cromatica.

Monocromatismo e acromatopsia

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Nel monocromatismo la discriminazione cromatica è gravemente compromessa perché la visione dipende da una sola classe di coni o prevalentemente dai bastoncelli.

L'acromatopsia è una rara malattia ereditaria della retina caratterizzata da assente o gravemente ridotta funzione dei coni. Nella forma completa si associa a marcata compromissione della discriminazione cromatica, riduzione dell'acuità visiva, fotofobia, nistagmo e possibile scotoma centrale. Nella forma incompleta persiste una certa funzione dei coni e le manifestazioni sono generalmente meno gravi.[9]

Una condizione distinta è il monocromatismo dei coni S, detto anche blue-cone monochromacy, nel quale la funzione dei sistemi L e M è gravemente compromessa, mentre rimangono funzionanti i coni S e i bastoncelli. Tale malattia è legata al cromosoma X e può associarsi a ridotta acuità visiva, fotofobia, nistagmo e miopia elevata.

Quadro riassuntivo

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Sistema dei coni Rosso Verde Blu N = normale
A = anomalo
NANANA
1Vista normale TricromatoNormale
2Protanomalia Tricromato anomalo Parzialmente discromatopsicoRosso–verde
3Protanopia Dicromato
4Deuteranomalia Tricromato anomalo
5Deuteranopia Dicromato
6Tritanomalia Tricromato anomalo Blu–giallo
7Tritanopia Dicromato
8Acromatopsia MonocromatoCompletamente discromatopsico
9Tetracromia Tetracromato
10

Epidemiologia

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La discromatopsia ha una diffusione significativa, benché la sua incidenza vari molto all'interno di diversi gruppi umani. Comunità isolate con un patrimonio genetico relativamente ristretto a volte presentano un'alta proporzione di individui affetti da cecità ai colori, anche dei tipi più rari. Si stima che il 4,5% della popolazione mondiale abbia una qualche carenza nella percezione del colore, percentuale che può arrivare fino all'8% per la popolazione maschile e che si aggira intorno allo 0,5% per la popolazione femminile[10].

I tipi di discromatopsia più diffusi sono dovuti ad alterazioni ereditarie dei coni, i fotorecettori sensibili ai colori, ma è anche possibile diventare discromatopsici in seguito a un danneggiamento della retina, del nervo ottico o di determinate aree della corteccia cerebrale. Questa discromatopsia è spesso diversa da quella di origine genetica; per esempio può manifestarsi solo in una parte del campo visivo. Alcune forme di discromatopsia acquisita sono reversibili. Alcune forme temporanee di discromatopsia possono manifestarsi, seppur raramente, in chi soffre di emicrania.

Discromatopsia genetica

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La discromatopsia genetica è normalmente dovuta a un allele recessivo posto sul cromosoma X. La mappatura del genoma umano ha peraltro dimostrato che la discromatopsia può essere indotta da mutazioni in numerosi geni diversi, distribuiti su più cromosomi.[senza fonte] Questo tipo di discromatopsia colpisce circa il 5–8% degli uomini e <1% delle donne.[11] La maggior probabilità degli uomini di esprimere un fenotipo recessivo legato al cromosoma X è dovuta al fatto che i maschi hanno un solo cromosoma X, mentre le donne ne hanno due; se le donne ereditano un cromosoma X normale oltre a quello mutato, non mostreranno la mutazione, mentre gli uomini non hanno cromosomi X "di scorta" che contrastino il cromosoma X mutato. Questo spiega perché, a parità di frequenza dell'allele difettoso nella popolazione, la probabilità che una donna erediti due copie mutate (una da ciascun genitore) sia nettamente inferiore rispetto alla probabilità che un uomo erediti l'unica copia mutata dalla madre.

Esempio di tavola pseudoisocromatica. In condizioni di visualizzazione appropriate, una persona con normale visione cromatica legge generalmente «74», mentre alcune persone con discromatopsia rosso-verde possono leggere «21» o non riconoscere alcun numero.

La valutazione della visione cromatica comprende l'anamnesi, l'esame oftalmologico e l'impiego di test specifici. È importante distinguere una condizione congenita, generalmente bilaterale e stabile, da una forma acquisita, che può essere asimmetrica, progressiva e associata ad altre alterazioni della funzione visiva.

I test devono essere somministrati nelle condizioni di illuminazione previste dal produttore e con un'adeguata correzione ottica. Le riproduzioni non calibrate su monitor, tablet o smartphone non sono necessariamente equivalenti alle tavole diagnostiche originali, poiché il risultato può dipendere dalle caratteristiche dello schermo e dall'illuminazione ambientale.

Tavole pseudoisocromatiche

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Le tavole di Ishihara sono costituite da figure composte da punti di differente tonalità e luminosità. Sono particolarmente sensibili nell'identificazione delle discromatopsie congenite rosso-verde e vengono impiegate soprattutto come strumento di screening.[12] Le tavole di Ishihara non consentono tuttavia una valutazione completa delle alterazioni blu-giallo né una quantificazione precisa della gravità del difetto. Nei bambini piccoli possono essere utilizzate tavole contenenti figure, simboli o percorsi invece di numeri.

Le tavole Hardy-Rand-Rittler, o HRR, permettono di individuare sia difetti rosso-verde sia alterazioni blu-giallo e forniscono una stima orientativa della loro gravità.

Test di ordinamento

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I test di ordinamento richiedono di disporre una serie di campioni colorati secondo la progressione delle tonalità. Tra i più utilizzati figurano:

  • il Farnsworth Panel D-15, impiegato per riconoscere alterazioni di entità medio-grave e determinarne l'asse prevalente;
  • il Lanthony desaturated D-15, più sensibile alle forme lievi e ad alcune discromatopsie acquisite;
  • il Farnsworth-Munsell 100 Hue Test, che consente una valutazione più dettagliata della capacità di discriminazione cromatica.

Anomaloscopio

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L'anomaloscopio consente di confrontare una miscela di luci rosse e verdi con una luce gialla di riferimento. L'equazione di Rayleigh è considerata il metodo di riferimento per la classificazione e la quantificazione delle discromatopsie congenite rosso–verde.[1]

Esami complementari

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Quando si sospetta una discromatopsia acquisita, gli esami vengono scelti in base al quadro clinico e possono comprendere valutazione del campo visivo, tomografia ottica a coerenza, autofluorescenza del fondo, elettrofisiologia retinica e neuroimaging.

Nell'acromatopsia l'elettroretinogramma mostra tipicamente risposte fotopiche assenti o marcatamente ridotte, con risposte scotopiche relativamente conservate. La diagnosi molecolare può essere confermata mediante l'identificazione di varianti patogene bialleliche in uno dei geni associati alla malattia.[9]

Impatto sulla vita quotidiana

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In diversi Paesi la discromatopsia può comportare restrizioni per il conseguimento della patente di guida o per l'accesso ad alcune professioni che richiedono una normale percezione dei colori, come quella di pilota, alcuni ruoli nelle forze armate o nei vigili del fuoco.

Trattamento e strategie compensative

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Non esiste attualmente un trattamento risolutivo per le comuni discromatopsie congenite rosso–verde. Nelle forme acquisite il trattamento è diretto, quando possibile, alla causa sottostante: la funzione cromatica può migliorare dopo la cura della patologia responsabile, la sospensione di un farmaco o la rimozione dell'esposizione tossica, ma il recupero non è sempre completo.[2] Le strategie compensative comprendono:

  • l'impiego di etichette, simboli e codici non esclusivamente cromatici;
  • le funzioni di accessibilità dei sistemi operativi;
  • applicazioni capaci di identificare i colori o aumentare artificialmente il contrasto;
  • la scelta di condizioni di illuminazione adeguate;
  • l'adattamento degli strumenti scolastici e professionali.

Sono disponibili lenti, filtri oftalmici e dispositivi elettronici che modificano la distribuzione spettrale della luce o il contrasto tra alcune tonalità. Tali strumenti possono facilitare compiti specifici o modificare soggettivamente l'aspetto dei colori, ma non ricostituiscono una normale visione tricromatica. Le prove disponibili non dimostrano in modo conclusivo un miglioramento clinicamente significativo e generalizzabile della percezione cromatica.[13] Nell'acromatopsia possono essere utili lenti filtranti o scure per ridurre la fotofobia, correzione ottica, ausili per ipovisione, ingranditori e adattamenti scolastici o professionali.[9]

Nel 2009 l'introduzione mediante vettore virale di un gene codificante l'opsina L nei coni di scimmie scoiattolo adulte, naturalmente dicromate, ha prodotto la comparsa di capacità comportamentali compatibili con una nuova discriminazione rosso–verde.[14] Studi di terapia genica sono stati successivamente avviati nell'uomo per alcune forme di acromatopsia associate a varianti di CNGA3 e CNGB3. I trattamenti sperimentali utilizzano generalmente vettori virali adeno-associati somministrati nello spazio sottoretinico con l'obiettivo di introdurre una copia funzionale del gene interessato. I risultati disponibili hanno fornito soprattutto informazioni sulla sicurezza e sulla fattibilità biologica, mentre i benefici funzionali sono risultati variabili. Non è disponibile una terapia genica approvata per le comuni discromatopsie congenite.[15]

  1. 1 2 (EN) Matthew P. Simunovic, Colour vision deficiency, in Eye, vol. 24, n. 5, 2010, pp. 747–755, DOI:10.1038/eye.2009.251, PMID 19927164.
  2. 1 2 (EN) Matthew P. Simunovic, Acquired color vision deficiency, in Survey of Ophthalmology, vol. 61, n. 2, 2016, pp. 132–155, DOI:10.1016/j.survophthal.2015.11.004, PMID 26656928.
  3. Riccardo Frosini, Oftalmopediatria, collana Collana specialistica pediatrica, SEE Editrice Firenze, 2006, p. 155, ISBN 9788884650504.
  4. 1 2 D. M. Hunt, K. S. Dulai, J. K. Bowmaker, J. D. Mollon, The chemistry of John Dalton's color blindness, in Science, vol. 267, n. 5200, 1995, pp. 984–988.
  5. Enciclopedia medica italiana, vol. 5, 2ª ed., USES, 1976, p. 277, ISBN 9788803000533.
  6. (EN) Jay Neitz, Maureen Neitz, The genetics of normal and defective color vision, in Vision Research, vol. 51, n. 7, 2011, pp. 633–651, DOI:10.1016/j.visres.2010.12.002, PMID 21167193.
  7. dicromatopsia nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it. URL consultato il 6 febbraio 2021.
  8. (IT) Dale Purves, Augustine George J., Fitzpatrick David, Hall William C., LaMantia Anthony-Samuel, White Leonard E., La funzione visiva: l'occhio, in Neuroscienze, Zanichelli, 2013, ISBN 978-88-08-17928-9.
  9. 1 2 3 (EN) Susanne Kohl, Herbert Jägle, Bernd Wissinger, Ditta Zobor, Achromatopsia, in Adam M. P. et al. (a cura di), GeneReviews, Seattle, University of Washington, 2018.
  10. (EN) About Colour Blindness, su Colour Blind Awareness. URL consultato il 25 luglio 2025.
  11. (EN) LT Sharpe, Stockman A, Jägle H, Nathans J, Opsin genes, cone photopigments, color vision and color blindness, in Gegenfurtner KR, Sharpe LT (a cura di), Color Vision: From Genes to Perception, Cambridge University Press, 1999, ISBN 978-0-521-00439-8.
  12. (EN) Jennifer Birch, Identification of red-green colour deficiency: sensitivity of the Ishihara and American Optical Company (Hard, Rand and Rittler) pseudo-isochromatic plates to identify slight anomalous trichromatism, in Ophthalmic and Physiological Optics, vol. 30, n. 5, 2010, pp. 667–671, DOI:10.1111/j.1475-1313.2010.00770.x, PMID 20883353.
  13. (EN) Shiva Ram Male, Bindiganavale Ramaswamy Shamanna, Baskar Theagarayan, Rashmin Gandhi, Color vision devices for color vision deficiency patients: a systematic review and meta-analysis, in Health Science Reports, vol. 5, n. 5, 2022, p. e842, DOI:10.1002/hsr2.842, PMID 36189411.
  14. (EN) Katherine Mancuso, William W. Hauswirth, Qiuhong Li, Thomas B. Connor, James A. Kuchenbecker, Matthew C. Mauck, Jay Neitz, Maureen Neitz, Gene therapy for red-green colour blindness in adult primates, in Nature, vol. 461, n. 7265, 2009, pp. 784–787, DOI:10.1038/nature08401, PMID 19759534.
  15. (EN) Megan F. Baxter, Grace A. Borchert, Gene Therapy for Achromatopsia, in International Journal of Molecular Sciences, vol. 25, n. 17, 2024, p. 9739, DOI:10.3390/ijms25179739, PMID 39273686.

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