Etruria campana

Con Etruria campana si indica il complesso dei centri della Campania antica che fra la prima età del ferro e l'età arcaica presentano una marcata componente etrusca, riconoscibile nella cultura materiale, negli assetti insediativi e nella documentazione epigrafica. La storiografia recente ha però abbandonato l'immagine di un dominio etrusco unitario e pianificato sulla regione, leggendo la presenza etrusca piuttosto come una delle componenti di un popolamento composito e dinamico, segnato da forti fenomeni di interazione e integrazione fra genti di diversa origine.[1][2]
Le fonti antiche
[modifica | modifica wikitesto]La percezione antica del carattere etrusco di alcuni distretti della Campania è documentata da Plinio il Vecchio, secondo cui l'Ager Picentinus era stato in mano etrusca, esteso per trenta miglia dal promontorio di Sorrento al fiume Sele.[3] Il golfo di Salerno è denominato Tyrrhenikòs Kólpos («golfo etrusco») già in Sofocle.[4]
Una tradizione riferita da Strabone e da Livio indica Capua come urbs maxima a capo di una dodecapoli etrusca campana, sul modello di quella dell'Etruria propriamente detta.[5] Le fonti non tramandano però l'elenco delle dodici città, la cui composizione non è ricostruibile: i nomi talvolta proposti in letteratura divulgativa non trovano riscontro nelle fonti antiche.[1]
Storia
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La prima età del ferro: la migrazione villanoviana
[modifica | modifica wikitesto]Tra la fine del X e gli inizi del IX secolo a.C. nelle grandi pianure della Campania compaiono comunità di incineratori di cultura villanoviana, che la maggior parte degli studiosi connette all'arrivo di gruppi provenienti dall'Etruria meridionale (Veio, Tarquinia, Vulci). Per via terra, attraverso le valli del Sacco e del Liri, questi gruppi raggiungono la piana del Volturno, dove sorgerà Capua; per via mare approdano nell'Agro Picentino, dove nasce Pontecagnano, spingendosi anche a sud del Sele e nel Vallo di Diano.[4][6][7]
I due principali insediamenti, Capua nella pianura interna e Pontecagnano sulla costa picentina, hanno fin dall'inizio carattere protourbano, con una netta distinzione funzionale fra l'area dell'abitato e le necropoli, in posizioni strategiche a controllo di importanti percorsi fluviali e marittimi.[1] Il rituale prevalente è l'incinerazione, con deposizione delle ceneri in un ossuario biconico di cui un'ansa è spesso spezzata ritualmente; nelle sepolture maschili dell'ambito meridionale il coperchio assume talora la forma di un elmo o richiama la capanna.[4]
La migrazione villanoviana non avviene in contrapposizione netta alle genti locali inumatrici della «cultura delle tombe a fossa»: emergono al contrario segni di contatto e di interazione nei due sensi, come la ricezione di forme vascolari locali nel repertorio villanoviano e la presenza di ceramiche villanoviane nei livelli iniziali di insediamenti indigeni come Poggiomarino (loc. Longola), nella valle del Sarno.[4] I gruppi villanoviani agiscono quindi come «elemento agglutinante», stimolando la crescita delle comunità locali, senza che ciò comporti necessariamente la nascita di un centro urbano.[6]
Il valore da attribuire al «villanoviano» campano è oggetto di un dibattito ancora aperto. La lettura prevalente, sostenuta fra gli altri da Bruno d'Agostino e Maria Bonghi Jovino, gli riconosce un significato etnico e culturale etrusco; la pubblicazione, da parte di Werner Johannowsky, delle tombe di fase iniziale del Nuovo Mattatoio di Capua, con l'ossuario biconico prima ritenuto assente nella città, ha rafforzato questa posizione e superato l'obiezione, formulata da Giovanni Colonna nel 1991, secondo cui la fondazione di Capua non poteva essere attribuita stricto sensu agli Etruschi.[6] Una corrente diversa, riconducibile a Renato Peroni e alla sua scuola (con Marco Pacciarelli), considera invece il «villanoviano» un epifenomeno socio-politico privo di valore etnico, ipotizzando uno sviluppo locale a partire dalla facies protovillanoviana.[6][7]
Greci ed Etruschi nel periodo orientalizzante
[modifica | modifica wikitesto]Nella seconda metà dell'VIII secolo a.C. la Campania diventa sede delle più antiche fondazioni greche in Occidente: l'emporio euboico di Pithecusae sull'isola d'Ischia e, poco dopo, la polis di Cuma sulla costa flegrea. La presenza greca arricchisce e complica il quadro: con l'ambiente etrusco ed etrusco-campano prevale un'intesa basata sullo scambio reciproco, e la definizione della chora di Cuma implica il consenso delle componenti etrusche, in primo luogo della vicina Capua, inaugurando una solidarietà fra i due centri che sarà un asse portante della storia regionale; la fondazione di Cuma comporta però anche la conquista violenta del litorale flegreo, con la destrutturazione delle popolazioni locali.[1]
Già a partire dalla prima metà dell'VIII secolo a Capua e a Pontecagnano compaiono coppe greche del tipo a chevrons e altre ceramiche del Geometrico, segno di scambi cerimoniali legati all'ideologia del simposio promossi dai naviganti euboici.[6] Dalla metà del VII secolo a.C. data la più antica iscrizione etrusca della Campania, rinvenuta a Pontecagnano (calice della tomba 3509, con la formula di dono mi mulu Venelasi Velχaesi Rasuniesi); il gentilizio Rasunie richiama l'autodesignazione degli Etruschi (Rasna).[4] Nello stesso periodo si intensifica l'afflusso di beni di lusso dall'Etruria (bucchero sottile, ceramica etrusco-corinzia) e si afferma a Capua, Pontecagnano e nelle necropoli di Calatia un ceto aristocratico in stretta sinergia con l'aristocrazia dell'euboica Cuma.[6] L'intreccio di componenti etrusche, greche e indigene che ne deriva, con aristocrazie i cui legami travalicano le differenze etniche, è stato definito da Bruno d'Agostino e Luca Cerchiai una «cultura meticcia», formula poi ripresa da Mariassunta Cuozzo, che la riconduce alle nozioni antropologiche di métissage e di ibridazione culturale, per caratterizzare gran parte della storia delle comunità campane.[1][8][9]
L'età arcaica e la cosiddetta «seconda etruschizzazione»
[modifica | modifica wikitesto]Il periodo arcaico è tradizionalmente identificato con una «seconda colonizzazione» o «seconda etruschizzazione» della Campania, intesa come una discesa tarda degli Etruschi che avrebbe portato la lingua e l'urbanizzazione. Tale modello è oggi sottoposto a revisione critica: l'«etruschizzazione» di età arcaica non scaturisce da un movimento migratorio né da una forma pianificata di egemonia politica, ma costituisce l'esito di un processo di integrazione delle diverse componenti del popolamento sotto la spinta propulsiva e aggregante dell'elemento etrusco.[2][4] La comparsa della scrittura etrusca solo dalla metà del VI secolo a.C. non indica l'arrivo degli Etruschi in quel momento, ma il raggiungimento di un traguardo di omologazione culturale.[2]
Nel corso del VI secolo la Campania si trasforma in un paesaggio di città. Accanto ai centri di continuità etrusca, Capua e Pontecagnano, si forma una rete di nuovi insediamenti in aree prima non urbanizzate: la penisola sorrentina (Sorrento, Vico Equense, Stabiae), l'agro nolano (Nola), la valle del Sarno con Nocera e Pompei, e, nell'Agro Picentino, Fratte, identificata con l'etrusca Marcina. Nella Campania settentrionale l'urbanizzazione si estende da Capua alle vicine Suessula e Calatia.[1] I segni più evidenti del processo sono la diffusione su scala regionale della scrittura etrusca, anche nelle aree di tradizione indigena, e l'avvio di una vasta produzione locale di bucchero.[4]
L'«etruschizzazione» agisce però come fattore omologante senza annullare le precedenti articolazioni del popolamento. Nella valle del Sarno e sul versante settentrionale della penisola sorrentina è documentato, dalla metà del VI secolo, l'uso di un dialetto italico presannita scritto con un alfabeto locale (il cosiddetto «nucerino»), segno di un'identità culturale e politica definita in termini distintivi rispetto a quella etrusca. A questa specificità rinvia la tradizione storiografica antica, che colloca i Sarrasti nella valle del Sarno e tramanda la presenza di Pelasgi a Nocera, Pompei ed Ercolano: pur identificati di solito con gli Etruschi, in questo caso i Pelasgi sono più opportunamente associati alle comunità indigene urbanizzate, contraddistinte proprio dal possesso della scrittura.[4][7]
Indicatore privilegiato del clima di omologazione culturale fra elemento etrusco, greco e indigeno è il cosiddetto «sistema campano», un complesso standardizzato di rivestimenti architettonici fittili policromi applicati a edifici di tipo tuscanico, elaborato nella prima metà del VI secolo a Capua e a Cuma e diffuso poi in tutta la regione e oltre.[1] È in questa fase che si colloca la Tabula Capuana, uno dei più lunghi testi pubblici in lingua etrusca, calendario sacro databile fra la fine del VI e il V secolo.[1]
La crisi e l'etnogenesi dei Campani
[modifica | modifica wikitesto]Il sistema arcaico entra in crisi all'inizio del V secolo a.C., nel quadro più ampio della fine della talassocrazia etrusca nel Tirreno. Già la prima battaglia di Cuma (524 a.C.), che vide i Cumani opporsi a una coalizione di Etruschi, Umbri e Dauni, e l'ascesa del «tiranno» Aristodemo segnano tensioni latenti; questa fase corrisponde tuttavia anche al periodo di massima cooperazione fra Cuma e Capua.[2] La svolta è segnata dall'uccisione di Aristodemo (484 a.C.) e soprattutto dalla seconda battaglia di Cuma (474 a.C.), con la sconfitta navale etrusca a opera della flotta siracusana di Ierone I e l'affermazione del potere marittimo di Siracusa e della nuova fondazione di Neapolis.[1]
Fra la fine del VI e il primo quarto del V secolo le tre città etrusche dell'Agro Picentino e della pianura (Capua, Pontecagnano, Fratte) sono interessate da vere e proprie «rifondazioni» urbane, accompagnate da rituali di fondazione di matrice etrusca e dall'adozione di poleonimi che ne rivendicano l'origine tirrenica: è in questo fenomeno di rivendicazione identitaria, più che in una migrazione, che la critica recente riconosce ciò che la tradizione di studi aveva tradotto nel modello della «seconda colonizzazione».[2]
L'esito di lungo periodo è la formazione del popolo dei Campani, la cui etnogenesi le fonti datano al 438 a.C. con un giuramento che lega le aristocrazie indigene e l'esercito. Nel 423 a.C. i Campani conquistano Capua, nel 421 a.C. Cuma, segnando la fine dell'egemonia etrusca nella pianura.[1][10] Nell'Agro Picentino, in un contesto di accentuata sannitizzazione, a Pontecagnano si continua però a scrivere in etrusco ancora nel IV secolo a.C..[1]
Centri principali
[modifica | modifica wikitesto]- Capua: per tutta l'età arcaica il principale centro etrusco della Campania, metropolis secondo le fonti. La tradizione riferita da Velleio Patercolo ne pone la fondazione (o rifondazione) all'inizio del V secolo; in quel contesto l'oligarchia di origine etrusca adotta per la città il nuovo nome di Volturnum, connesso al nome etrusco Velthur documentato nella Tabula Capuana e all'etimologia augurale del termine Capys (l'«avvoltoio» legato agli auspici) tramandata da Servio[1][2]. Il nome Volturnum qui riferito a Capua non va confuso con l'omonimo centro costiero (Castel Volturno).
- Pontecagnano: grande centro etrusco-campano dell'Agro Picentino, presso il fiume Picentino. Il nome dell'abitato di età etrusca è tuttora ignoto; la forma Picentia è attestata solo per la fase romana (a partire dal 268 a.C.)[7][9].
- Fratte (Salerno): fondata all'inizio del VI secolo alla confluenza del fiume Irno, è identificata con l'etrusca Marcina ricordata da Strabone, detta Mamarcina e ritenuta fondazione ausone in una tradizione probabilmente risalente a Ecateo di Mileto[4][7][11]. Un'identificazione più antica e oggi minoritaria poneva Marcina a Vietri sul Mare[12].
- Nocera (Nuceria): centro della valle del Sarno sorto per sinecismo nel VI secolo, con il contemporaneo esaurimento dei villaggi dell'età del ferro[1].
- Pompei: si sviluppa agli inizi del VI secolo su una terrazza che controlla la foce del Sarno, cinta da una fortificazione in tufo di «pappamonte» e dotata di un impianto stradale incentrato su due assi ortogonali (la «via Marina» e il prolungamento della «via di Mercurio»). Il nucleo più antico (Altstadt), nel settore sud-occidentale, si raccoglie attorno alla piazza poi divenuta foro romano e al santuario di Apollo, cuore politico e religioso della comunità: il tempio, di tipo etrusco su alto podio in tufo con elevato ligneo, è databile intorno al 550-530 a.C. e reca un rivestimento del «sistema campano» probabilmente prodotto a Cuma. Un secondo santuario, nel cosiddetto «Foro Triangolare» presso il porto, è invece di tipo greco con peristasi dorica e, nel rifacimento intorno al 500 a.C., rivela un evidente influsso di Poseidonia: era dedicato ad Atena e probabilmente a Eracle, l'eroe civilizzatore legato all'accoglienza degli stranieri[1][7].
- Nola, Suessula, Calatia e Acerra: centri della pianura interna interessati dalla diffusione della scrittura etrusca e del bucchero in età arcaica.
- Sorrento, Vico Equense, Stabiae: insediamenti della penisola sorrentina urbanizzati nel VI secolo.
- Cales: centro in cui il bucchero importato dall'Etruria meridionale compare precocemente, fra il terzo e l'ultimo quarto del VII secolo.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 Mariassunta Cuozzo, Gli Etruschi in Campania, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 189-226, ISBN 978-88-203-4870-0.
- 1 2 3 4 5 6 Luca Cerchiai, La Campania: i fenomeni di colonizzazione, in Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XV, 2008, pp. 401-422. (in La colonizzazione etrusca in Italia, Atti del XV Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l'Archeologia dell'Etruria, Orvieto 2007).
- ↑ Plinio, Naturalis Historia, III, 70.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Carmine Pellegrino, La Campania degli Etruschi, in Simona Rafanelli (a cura di), Vite parallele di tre città etrusche. Vetulonia, Pontecagnano e Capua, Monteriggioni, ARA Edizioni, 2013, pp. 33-39, ISBN 978-88-905746-7-2.
- ↑ Strabone, Geografia, V, 4, 3; Livio, VII, 3, 1.
- 1 2 3 4 5 6 Bruno d'Agostino, Gli Etruschi e gli altri nella Campania settentrionale, in Gli Etruschi e la Campania settentrionale, Atti del XXVI Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Caserta-Santa Maria Capua Vetere-Capua-Teano, 11-15 novembre 2007), Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2011, pp. 69-91.
- 1 2 3 4 5 6 Teresa Cinquantaquattro e Carmine Pellegrino, Southern Campania, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 1359-1393, ISBN 978-1-934078-49-5.
- ↑ Bruno d'Agostino e Luca Cerchiai, I Greci nell'Etruria campana, in Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XI, 2004, p. 271.
- 1 2 Mariassunta Cuozzo, Etruscans in Campania, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 301-318, ISBN 978-0-415-67308-2.
- ↑ Diodoro Siculo, XII, 31, 1; Livio, IV, 37, 1-2.
- ↑ Strabone, Geografia, V, 4, 13.
- ↑ Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, 4ª ed., Torino, UTET, 2015, p. 79..
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Bruno d'Agostino, Gli Etruschi e gli altri nella Campania settentrionale, in Gli Etruschi e la Campania settentrionale, Atti del XXVI Convegno di Studi Etruschi ed Italici (Caserta-Santa Maria Capua Vetere-Capua-Teano, 11-15 novembre 2007), Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2011, pp. 69-91.
- Luca Cerchiai, La Campania: i fenomeni di colonizzazione, in Annali della Fondazione per il Museo «Claudio Faina», XV, 2008, pp. 401-422.
- Luca Cerchiai, Gli antichi popoli della Campania. Archeologia e storia, Roma, Carocci, 2010.
- Mariassunta Cuozzo, Gli Etruschi in Campania, in Gilda Bartoloni (a cura di), Introduzione all'Etruscologia, Milano, Hoepli, 2012, pp. 189-226, ISBN 978-88-203-4870-0.
- (EN) Mariassunta Cuozzo, Etruscans in Campania, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 301-318, ISBN 978-0-415-67308-2.
- Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, 4ª ed., Torino, UTET, 2015.
- (EN) Teresa Cinquantaquattro e Carmine Pellegrino, Southern Campania, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 1359-1393, ISBN 978-1-934078-49-5.
- (EN) Vincenzo Bellelli, Northern Campania, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 1395-1436, ISBN 978-1-934078-49-5.
- Carmine Pellegrino, La Campania degli Etruschi, in Simona Rafanelli (a cura di), Vite parallele di tre città etrusche. Vetulonia, Pontecagnano e Capua, Monteriggioni, ARA Edizioni, 2013, pp. 33-39, ISBN 978-88-905746-7-2.