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Fatua

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Vaso in ceramica con testa di Fatua (Fauna), attribuito a Iliupersis IV secolo d.C., Puglia


Ornamento raffigurante Fatua su un edificio di Utrecht. Scultura di Hildo Krop (1925)

Fatua, o anche Fenta Fatua o Fauna, è una divinità femminile della mitologia romana, presente in vari miti non concordi tra loro. Il mito la indica a volte come la moglie[1], altre volte come la sorella[2] , o ancora come la figlia[3] di Fauno. Il suo culto era legato alla fertilità, pertanto oggi gli studiosi la fanno rientrare nell'archetipo della Grande Madre. Secondo molti studiosi è da identificare con Bona Dea[4][5], una misteriosa divinità innominabile venerata dalle donne aristocratiche di Roma.

Il nome Fauna è la controparte femminile di Fauno, nome che Georges Dumézil ha accostato a una radice protoindopeuropea con il senso di "favorevole", ben disposto.[6]

Era chiamata Fatua, dal latino fari ("parlare", la stessa radice di fato), perché era considerata dotata di capacità profetiche.[4][7]

Secondo Macrobio[3], il Libro dei pontefici trattava Fatua, Opi, Bona Dea come epiteti di Maia.

Statua di marmo della Bona Dea

Nella versione di Marco Giuniano Giustino[1] (III-IV secolo d.C.), Fatua era la moglie di Fauno, un antico re del Lazio, e aveva la capacità di predire il futuro (da cui la parola "infatuato")[1].

Secondo Arnobio (III-IV secolo d.C.)[8] è una gran bevitrice, tanto da spingere il marito a punirla a colpi di mirto.

Secondo Lattanzio, discepolo di Arnobio (III-IV secolo d.C.), Fauna era sia la sorella che la moglie di Fauno.[2] Donna rigorosamente casta, un giorno però trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Suo marito la castigò a tal punto con verghe di mirto che ella ne morì; questo spiega l'esclusione del mirto dal suo tempio. In seguito pentito, Fauno, deplorando la morte della sua sposa, pose quest'ultima nel numero degli Dei.

(latino)
«(9) Sed ut Pompilius apud Romanos institutor ineptarum religionum fuit, sic 20 ante Pompilium Faunus in Latio, qui et Saturno auo nefaria sacra constituit et Picum patrem inter deos honorauit et sororem suam Fentam Faunam eandemque coniugem consecrauit; quam Gauius Bassus tradit Fatuam nominatam, quod mulieribus fata canere consuesset ut Faunus uiris. (10) eandem Varro scribit tantae pudicitiae fuisse, ut nemo illam quoad uixerit praeter suum uirum mas 25 uiderit nec nomen eius audierit. Idcirco illi mulieres in operto sacrificant et Bonam Deam nominant. et Sextus Clodius in eo libro, quem Graece scripsit, refert Fauni hanc uxorem fuisse; quae quia contra morem decusque regium clam uini ollam ebiberat et ebria facta erat, uirgis myrteis a uiro ad mortem usque caesam; postea uero cum 5 eum facti sui paeniteret ac desiderium eius ferre non posset, diuinum illi honorem detulisse; idcirco in sacris eius obuolutam uini amphoram poni.»
(italiano)
«(9) Ma proprio come Pompilio fu il fondatore di religioni assurde tra i Romani, così, vent’anni prima di Pompilio, Fauno nel Lazio istituì riti nefandi in onore di Saturno, suo nonno, onorò Pico, suo padre, tra gli dei, e consacrò sua sorella Fenta Fauna, che era anche sua moglie; secondo quanto riportato da Gavio Basso, ella era chiamata Fato, poiché era solita cantare il destino alle donne, proprio come Fauno faceva con gli uomini. (10) Varrone scrive che era di tale castità che nessun uomo la vide o ne udì il nome mentre era in vita, eccetto suo marito. Per questo motivo, le donne sacrificano in segreto e la chiamano la Buona Dea. E Sesto Clodio, nel libro che scrisse in greco, racconta che questa era la moglie di Fauno; La quale, poiché aveva bevuto di nascosto una brocca di vino sfidando l’usanza e l’onore reali, e si era ubriacata, fu picchiata a morte con rami di mirto dal marito; ma in seguito, quando egli si pentì del proprio gesto e non poté sopportarne la perdita, le conferì onori divini; per questo motivo, nei suoi misteri viene collocata un’anfora avvolta contenente del vino.»

Secondo Ambrogio Teodosio Macrobio (V secolo d.C)[3] è invece figlia di Fauno e fuggì dal padre che ne minacciava la purezza con il vino: secondo questo racconto da quel gesto discenderebebro i festeggiamenti per la Bona Dea, a cui non erano ammessi gli uomini.

In epoca moderna le è stata dedicata la Fatua Corona su Venere.

  1. 1 2 3 XLIII, I, 8 Marco Giuniano Giustino, Epitoma Historiarum Philippicarum Pompei Trogi.
  2. 1 2 (LA) Lattanzio, Divinae institutiones, a cura di Stefan Freund, Wolfram Schröttel, Wolfram Winger, Franz Steiner Verlag, pp. libro I capitolo XXII, 9-11, DOI:10.25162/9783515132558.
  3. 1 2 3 (LA) Macrobio, libro I, capitolo XII, 24-25, in Saturnalia.
  4. 1 2 F. S. Villarosa, Dizionario mitologico-storico-poetico, vol. I, Napoli, Tipografia Nicola Vanspandoch e C., 1841, p. 62.
  5. Giulio Giannelli, FAUNA e Fauno, su treccani.it, 1934.
  6. Georges Dumézil, Camillus: A Study of Indo-European Religion as Roman History (University of California Press, 1980), p. 208.
  7. Varro, De lingua latina 7.36. At 6.55, Varro ricorda che Fato e Fatua hanno la stessa radice also fari. Si veda anche Auguste Bouché-Leclercq, Histoire de la divination dans l'Antiquité (Éditions Jérôme Millon, 2003), pp. 902–903.
  8. (LA) Arnobio, libro I, capitolo XXXVI e libro V capitolo XVIII, in Adversus nationes.

Collegamenti esterni

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