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Diocesi di Roma

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(Reindirizzamento da Vescovo di Roma)
Diocesi di Roma
Dioecesis Urbis seu Romana
Chiesa latina
Regione ecclesiasticaLazio
 
Stemma della diocesi
Collocazione geografica
Collocazione geografica della diocesi
Diocesi suffraganee
Diocesi suburbicarie di Ostia, Albano, Frascati, Palestrina, Porto-Santa Rufina, Sabina-Poggio Mirteto, Velletri-Segni
 
Vescovopapa Leone XIV
Vicario generale
Ausiliari
Presbiteri2.680, di cui 860 secolari e 1.820 regolari
967 battezzati per presbitero
Religiosi3.567 uomini, 22.730 donne
Diaconi149 permanenti
 
Abitanti3.163.100
Battezzati2.592.300 (82,0% del totale)
StatoItalia, Città del Vaticano
Superficie881 km²
Parrocchie331
 
ErezioneI secolo
Ritoromano
CattedraleSan Giovanni in Laterano
Santi patroniPietro e Paolo apostoli
IndirizzoVicariato di Roma, piazza San Giovanni in Laterano 6/a, 00184 Roma, RM
Sito webwww.diocesidiroma.it
Dati dall'Annuario pontificio 2024 (ch · gc)
Chiesa cattolica in Italia
La cattedra papale nell'Arcibasilica lateranense rappresenta simbolicamente la Santa Sede
Il Palazzo del Laterano, sede del Vicariato di Roma
(latino)
«Beatissime Pater, […] Beato apostolo Petro tu hodie
succedis in Episcopatu huius Ecclesiæ,
quæ caritatis unitati
præsidet ut beatus apostolus Paulus
docuit.»
(italiano)
«Beatissimo Padre, […] oggi tu succedi al Beato Pietro
nell'Episcopato di questa Chiesa,
che presiede alla comunione
dell'unità secondo l'insegnamento
del Beato apostolo Paolo.»

La diocesi di Roma (in latino Dioecesis Urbis seu Romana) è una sede metropolitana della Chiesa cattolica appartenente alla regione ecclesiastica Lazio. Nel 2023 contava 2.592.300 battezzati su 3.163.100 abitanti. È retta da papa Leone XIV.

Dal punto di vista amministrativo e titolare, essa è al contempo:

Territorio e organizzazione

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La diocesi, intesa come porzione di territorio sottoposta all'autorità episcopale del papa, si estende sia su suolo appartenente alla Repubblica Italiana, sia sull'intero territorio della Città del Vaticano. Le due porzioni della diocesi sono distinte in due vicariati:

La diocesi si estende su 881 km² e comprende la maggior parte della città e del comune di Roma, ad eccezione di porzioni appartenenti alle limitrofe diocesi di Ostia, di Porto-Santa Rufina, di Frascati e di Tivoli; appartengono alla diocesi anche alcune parrocchie del comune di Guidonia Montecelio.

Cattedrale della diocesi è la basilica del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, che reca il titolo di Madre e capo di tutte le chiese della città e del mondo.[8] Contiguo alla basilica si trova il palazzo del Laterano, sede degli uffici del Vicariato di Roma.

La diocesi ha la competenza del servizio di assistenza spirituale anche presso numerosi enti istituzionali apicali, come nel caso della Presidenza della Repubblica Italiana (per quanto concerne il personale civile in servizio).[9]

Vicariato di Roma

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La parte di diocesi che ricade nel territorio italiano costituisce il Vicariato di Roma, che "svolge la funzione di curia diocesana".[10] Il vicariato è retto da un vicario generale che, a nome e per mandato del Papa, "esercita il ministero episcopale di magistero, santificazione e governo pastorale per la diocesi di Roma con potestà ordinaria vicaria";[11] al vicario generale spetta, dunque, l'effettivo governo della diocesi romana, coadiuvato dal vicegerente e dai vescovi ausiliari nelle sue funzioni di governo. Il vicariato è considerato un organo della Santa Sede, pur dotato di amministrazione propria.[10]

Organizzazione territoriale

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Lo stesso argomento in dettaglio: Parrocchie della diocesi di Roma.

Dal punto di vista strettamente pastorale, il vicariato è suddiviso in 331 parrocchie (cui vanno aggiunte le due parrocchie della sede suburbicaria di Ostia, amministrate dal vicariato), raggruppate in 36 prefetture, ripartite su 5 settori (centro, nord, sud, est e ovest),[12][13] ciascuno retto da un vicario episcopale che collabora con il vicario generale nell'amministrazione pastorale della diocesi.[14] Se il vicario episcopale è anche nominato vescovo ausiliare, viene detto vescovo di settore. I vescovi di settore sono:

  • per il settore centro: Renato Tarantelli Baccari;
  • per il settore nord: Marco Valenti;
  • per il settore est: Alessandro Zenobbi;
  • per il settore sud: Andrea Carlevale;
  • per il settore ovest: Stefano Sparapani.

La prefettura è una «struttura ecclesiale intermedia che ha la funzione di realizzare un coordinamento unitario tra le parrocchie di un determinato territorio e, attraverso il Vescovo di Settore, un rapporto organico con la Diocesi».[15] Responsabile di ogni prefettura è il prefetto, a cui spetta il compito di coordinamento pastorale in collaborazione con il vescovo ausiliare del settore; il prefetto è eletto tra i parroci della prefettura di appartenenza.[16]

Organi di governo

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Suprema autorità della diocesi è il papa, vescovo di Roma, che governa la diocesi tramite il vicario generale per la diocesi di Roma. I maggiori organismi di governo e di animazione pastorale della diocesi sono:[17]

  • il consiglio episcopale: organo collegiale, presieduto dal vicario generale, e composto dal vicegerente e dai vescovi ausiliari;[18]
  • il consiglio per gli affari economici, presieduto dal vicario generale, e costituito a norma dei canoni 492-494 del Codice di diritto canonico;[19]
  • il consiglio pastorale diocesano, costituito dal consiglio episcopale, da membri di diritto e da membri designati; quest'ultimo gruppo è composto da laici, rappresentanti di ogni singola prefettura della diocesi e delle aggregazioni laicali presenti sul territorio;
  • il consiglio presbiterale: organo composto dal consiglio episcopale e da membri eletti del clero romano, rappresentativi delle diverse realtà pastorali della diocesi;
  • il collegio di consultori, che compie tutti quegli atti che sono previsti dal Codice di diritto canonico;[20]
  • il consiglio dei prefetti: organo composto dal consiglio episcopale e dai 36 parroci prefetti, eletti a maggioranza dai parroci e viceparroci di prefettura; sono presenti anche alcuni cappellani sanitari in rappresentanza dei luoghi di cura della diocesi e alcuni rappresentati dei seminari romani.[16]

Ambiti e servizi pastorali e amministrativi

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Presso il vicariato di Roma sono istituiti diversi ambiti, ciascuno composto da più uffici.[21]

  • Ambito della formazione cristiana - Comprende tre uffici: formazione liturgica e celebrazione dei Sacramenti, catecumenato, catechesi;[22]
  • Ambito per la cura del diaconato, del clero e della vita religiosa - Comprende cinque uffici: vocazioni, diaconato, clero, formazione permanente del clero, vita consacrata;[23]
  • Ambito per la cura delle età e della vita - Comprende quattro uffici: pastorale familiare, pastorale giovanile, pastorale degli anziani e dei malati, pastorale cimiteriale;[24]
  • Ambito dell'educazione - Comprende tre uffici: pastorale scolastica e l’insegnamento della religione, scuola cattolica, pastorale universitaria;[25]
  • Ambito della diaconia della carità - Comprende tre uffici: Caritas diocesana, pastorale sanitaria, pastorale carceraria;[26]
  • Ambito della Chiesa ospitale e "in uscita" - Comprende 8 uffici: ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti; cultura; cooperazione missionaria tra le Chiese; aggregazioni laicali e confraternite; Migrantes per la pastorale della mobilità umana; pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato; pastorale del tempo libero, del turismo e dello sport; pastorale del pellegrinaggio;[27]
  • Ambito dell'amministrazione dei beni - Comprende 3 uffici: ufficio amministrativo, edilizia del culto, patrimonio;[28]
  • Ambito giuridico - Comprende 3 uffici: ufficio matrimoni e disciplina dei sacramenti; cancelleria; ufficio giuridico;[29]
  • Servizio della segreteria generale - Comprende 5 uffici: segreteria, comunicazioni sociali, affari informatici, archivio generale diocesano, archivio storico diocesano;[30]
  • Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.[31]

Seminari diocesani

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La sede del seminario minore della diocesi.

I principali istituti di formazione per il clero della diocesi di Roma sono due:

Chiese, titoli e diaconie

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Lo stesso argomento in dettaglio: Lista dei titoli cardinalizi e Chiese di Roma.

Le chiese di Roma, il cui nome viene legato ad un cardinale al momento della sua creazione, sono detti titoli cardinalizi: all'interno del territorio del vicariato di Roma si trovano:

  • le chiese titolari o titoli, proprie dei cardinali presbiteri (simbolicamente le chiese degli antichi preti della diocesi di Roma);
  • le chiese diaconali o diaconie, proprie dei cardinali diaconi (simbolicamente le chiese degli antichi diaconi, amministratori della diocesi di Roma).

A Roma sono inoltre presenti moltissime chiese, non necessariamente con il titolo parrocchiale. Molte di queste, pur facendo parte del territorio diocesano, non dipendono dal vicariato di Roma, ma sono proprietà di altri enti civili o ecclesiastici; tra queste quasi 250 chiese, di alto valore storico e artistico, di proprietà del Fondo edifici di culto del Ministero dell'interno italiano.[34] In particolare si contano:[35]

Vicariato della Città del Vaticano

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La parrocchia di Sant'Anna dei Palafrenieri all'interno del Vaticano

Il Vicariato della Città del Vaticano è stato istituito a seguito della nascita dello Stato della Città del Vaticano, con la firma dei Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929, con la bolla Ex Lateranensi pacto del 30 maggio 1929.[36] Papa Pio XI stabilì che tale incarico fosse assegnato al "Sacrista di Sua Santità", ufficio affidato ad un religioso dell'Ordine di Sant'Agostino, consacrato vescovo con il titolo di Porfireone. Papa Giovanni Paolo II, nel 1991, abolì l'ufficio di Sacrista e assegnò l'incarico di Vicario della Città del Vaticano e delle Ville pontificie di Castel Gandolfo all'arciprete "pro tempore" della basilica di San Pietro.[37]

Al Vicariato vaticano sono soggetti il territorio e i fedeli della diocesi che ricadono sotto la giurisdizione amministrativa dello Stato vaticano; ad esso appartengono due parrocchie: Sant'Anna dei Palafrenieri e San Pietro in Vaticano.

Provincia romana: sedi suburbicarie

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Le antiche diocesi suffraganee appartenenti alla metropolia di Roma recano il titolo di sedi suburbicarie (dal composto latino sub-urbis, "sottoposto alla città") e sono assegnate in titolo ai cardinali vescovi (simbolicamente gli antichi vescovi suffraganei del Papa), ma rette da vescovi ordinari come tutte le altre diocesi.

La provincia ecclesiastica romana è composta da sette diocesi:

Dal 1962 la sede suburbicaria di Ostia non ha un vescovo residente, ma è affidata in amministrazione apostolica alla diocesi di Roma: amministratore apostolico è il vicario per la diocesi di Roma, assistito dal vescovo ausiliare per il settore sud in qualità di vicario generale.

Periodo paleocristiano

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San Pietro, considerato dalla tradizione il primo vescovo di Roma

La nascita della comunità cristiana romana

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La prima menzione certa della presenza di una comunità cristiana a Roma, capitale dell'impero, è la lettera che san Paolo scrisse, probabilmente nell'inverno 57/58, alla locale comunità cristiana per annunciare il suo arrivo (Lettera ai Romani 1,15).[8] Secondo quanto raccontano gli Atti degli Apostoli (28, 16-31), Paolo si recò a Roma nel 61 come prigioniero, per esservi giudicato.

Racconta Svetonio che attorno al 49 l'imperatore Claudio espulse i Giudei da Roma a causa delle agitazioni in seno alla comunità ebraica romana impulsore Chresto, per l'agitazione di Cresto.[8] Benché controversa, alcuni autori identificano Chresto con Cristo.[38] Questo lascerebbe presupporre che la prima presenza cristiana nella capitale fu dovuta a gruppi di ebrei convertiti al cristianesimo e che le dispute e le tensioni fra i due gruppi all'interno della comunità ebraica provocò la reazione di Claudio. Il testo inoltre anticiperebbe di una decina d'anni la testimonianza di una presenza cristiana a Roma.

La tradizione, non anteriore però alla seconda metà del II secolo, riconosce nei santi apostoli Pietro e Paolo i fondatori della Chiesa romana. Tuttavia, nessuno degli autori più antichi che hanno avuto a che fare con Roma (Clemente romano, la lettera di Ignazio ai Romani, Papia di Ierapoli e il Pastore di Erma) accennano a questa tradizione. Secondo Romano Penna, è «altamente improbabile che sia stato Pietro a fondare la chiesa di Roma», che «deve i suoi inizi a degli oscuri evangelizzatori, che vanno identificati genericamente con dei viaggiatori o mercanti provenienti in Italia da Gerusalemme; su questa posizione sono ormai attestati tutti i commentatori odierni».[8][39]

Ciò non esclude che anche Pietro sia stato a Roma e che vi abbia subito il martirio, come Paolo. La testimonianza più antica del martirio dei due apostoli a Roma, durante la persecuzione ordinata da Nerone, è la lettera di Clemente Romano ai cristiani di Corinto (fine I secolo). La notizia è confermata dal sacerdote romano Gaio, all'inizio del III secolo, la cui testimonianza è contenuta nella Historia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea; si deve a Gaio la prima menzione dell'ubicazione della sepoltura dei due apostoli, Pietro sul colle Vaticano e Paolo lungo la via Ostiense. È da attribuire ad Eusebio la cronologia classica che pone tra il 64 e il 67 la morte dei due apostoli.[40]

La cronotassi dei vescovi di Roma

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Il più antico catalogo episcopale della Chiesa romana è quello che Ireneo di Lione menziona nel suo Adversus Haereses, scritto verso il 180. Per combattere le teorie eretiche, Ireneo dimostra la continuità della tradizione apostolica attraverso la continuità della successione episcopale: e così, dopo Pietro e Paolo, riporta in successione Lino, Anacleto, Clemente, Evaristo, Alessandro, Sisto, Telesforo, Igino, Pio, Aniceto, Sotero e Eleuterio, contemporaneo di Ireneo.[41]

Dei vescovi da Lino a Pio, eccetto quanto di loro dicono Ireneo e altri autori successivi e quanto verrà scritto molto più tardi nel Liber pontificalis, non si hanno notizie storiche coeve; questo vale anche per Clemente, perché nella lettera ai Corinti, a lui attribuita da una tradizione molto antica, l'autore non si qualifica mai con questo nome. Aniceto è menzionato in una lettera dello stesso Ireneo tramandata da Eusebio di Cesarea, secondo la quale Policarpo di Smirne venne a Roma e si incontrò con Aniceto per discutere sulla datazione della celebrazione della Pasqua, problema che divideva in quel periodo le Chiese dell'Asia da quella di Roma. Circa gli ultimi due nomi della lista di Ireneo, Sotero ebbe uno scambio epistolare con il vescovo Dionisio di Corinto, mentre Eleuterio fu in relazione con lo stesso Ireneo di Lione.[40]

Le opere storiche di Eusebio di Cesarea (prima metà del IV secolo) riportano due cronotassi episcopali dei vescovi di Roma, da Lino, successore degli apostoli, fino a Marcellino (296-304); ad ogni nome, Eusebio assegna anche gli anni di governo pastorale.[42] Un'ulteriore lista è contenuta nel cosiddetto "catalogo liberiano" inserito fra i vari documenti del cronografo del 354 ed arriva fino a Liberio (352-366).

Le persecuzioni

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Lo stesso argomento in dettaglio: Catacombe di Roma.
Veduta delle catacombe di San Callisto
Il circo vaticano

La morte dei due apostoli segnò l'inizio della persecuzione dei cristiani nell'Impero romano.

La diffusione della fede cristiana nella capitale dell'Impero rese infatti evidente all'autorità politica l'incompatibilità tra tale credo e la religione romana, in particolare per il fatto che, con il rifiuto del politeismo, il cristianesimo non poteva essere integrato nel sistema religioso di Stato e nel concetto di pax deorum che lo reggeva. A questo si aggiungeva il fatto che il rifiuto del culto imperiale appariva come una sfida all'autorità del princeps, con l'aggravante, rispetto all'ebraismo, che il cristianesimo non risultava essere limitato ad una sola (e ridotta) componente etnica. Il fatto infine che i seguaci di Cristo prendessero particolarmente piede negli strati più bassi della società romana, propugnando anche certi principi di eguaglianza, rendeva questo tipo di culto ancor più sospetto agli occhi dei ceti dominanti e delle autorità.

Quando l'imperatore Nerone imputò il grande incendio di Roma all'azione della setta cristiana, questa venne posta fuori legge e iniziarono le persecuzioni nei confronti di coloro che si rifiutavano di sacrificare agli dei e all'imperatore. La persecuzione di Nerone fu una delle più violente che colpirono la comunità di Roma, segnando in particolare la morte dei due capi: Pietro, crocifisso nel circo del colle vaticano, e Paolo, decapitato Ad Aquaas salvias, il luogo su cui sorge l'attuale abbazia delle Tre Fontane oppure lungo la via Ostiense.

Le persecuzioni, tuttavia, non furono dei fenomeni continui, ma degli eventi circoscritti dipendenti dal contesto politico e dalla personale inclinazione degli imperatori a tollerare o meno il nuovo culto.

Durante tali persecuzioni subirono il martirio praticamente tutti i papi:

Fu in questo periodo che vennero realizzate le catacombe, cimiteri ipogei destinati al culto dei martiri.

Dal IV al X secolo

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L'elezione del vescovo di Roma

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Mosaico di papa Simmaco all'interno del catino absidale della basilica di Sant'Agnese fuori le mura.

Nei primi secoli, il vescovo di Roma era eletto dal popolo e dal clero romano e dai vescovi suburbicari; le prime elezioni in qualche modo documentate sono quelle dei papi Callisto I (circa 217), Fabiano (236) e soprattutto il successore Cornelio (251), di cui parla Cipriano di Cartagine. «Clero, popolo e notabili sono ricordati anche nei secoli successivi come i veri protagonisti dell'elezione del vescovo di Roma».[44][45]

Fino all'VIII secolo, la maggior parte dei vescovi romani proveniva dal gruppo dei diaconi o aveva ricoperto la carica di arcidiacono, figura di rilievo nell'amministrazione della Chiesa locale, attestata a Roma dalla metà del IV secolo. Che l'eletto fosse l'arcidiacono o un semplice diacono era previsto anche nei formulari per l'elezione del papa del Liber Diurnus Romanorum Pontificum. Nel V secolo è noto il primo presbitero eletto vescovo di Roma, papa Bonifacio I; altri presbiteri diventeranno papi nei secoli successivi; con il IX secolo i vescovi romani provenienti da questa categoria di ecclesiastici saranno la maggioranza, indizio del ruolo sempre più decisivo che i presbiteri ebbero da questo momento nell'amministrazione generale della Chiesa.[46][47] Solo a partire dalla fine del IX secolo si cominciò ad eleggere come vescovi di Roma ecclesiastici che già erano vescovi di altre diocesi; è il caso di Marino I (882-884), vescovo di Cere, e Formoso (891-896), vescovo di Porto. Dall'XI secolo questa prassi, condannata in passato da diversi concili, diventerà norma.[48]

Un primo tentativo di regolare la nomina dei vescovi romani fu sancito nel concilio di Roma del 499, voluto e presieduto da papa Simmaco.[45] Il concilio stabilì la possibilità per il papa in carica di designare il suo successore, normativa già condannata dal concilio di Antiochia del 341. Questa prassi fu di fatto attuata in una sola occasione, quando Felice IV (526-530) designò come suo successore Bonifacio II (530-532); in seguito la normativa del 499 fu abbandonata.[49]

Dopo l'editto di Milano e l'aumento della popolazione cristiana, la partecipazione del popolo all'elezione del vescovo divenne sempre più problematica e sempre più influente si fece la pressione delle grandi famiglie romane o italiane e dei casati imperiali.[45] Tra le più gravi ingerenze laiche è da annoverare quella di Totone, duca di Nepi, che alla morte di Paolo I, impose come vescovo il fratello Costantino, laico non consacrato, che fu acclamato vescovo di Roma da un gruppo di sostenitori, laici, e solo successivamente riconosciuto dal clero e dai vescovi suburbicari. Fu necessario un concilio, il concilio lateranense del 769, per stabilire la normativa secondo la quale erano eleggibili solo i cardinali diaconi e i cardinali presbiteri, e facevano parte del gruppo degli elettori solo i chierici della Chiesa di Roma.[45][50][51]

Da questo momento i laici sono, in linea di principio, esclusi dall'elezione del vescovo di Roma: a loro spettava solo il compito di omaggiare il nuovo vescovo, dopo la presa di possesso della cattedra. Tuttavia Niccolò I nell'862 ristabilì il principio, concesso alla nobiltà romana, di rifiutare il nuovo eletto, che comunque doveva ottenere l'approvazione imperiale (Constitutio romana). Fu infine con Niccolò II e la bolla In nomine Domini (1059), che l'elezione del vescovo di Roma fu riservata esclusivamente al gruppo dei cardinali-vescovi suburbicari.[45][52]

Organizzazione territoriale della diocesi nel primo millennio

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Secondo quanto racconta il Liber Pontificalis, fu papa Cleto (circa 80-92 d.C.) il primo a ordinare 25 presbiteri, che sarebbero all'origine dei 25 tituli, ossia delle chiese romane attestate nel V secolo.[53] Il primo documento organico che riporta l'elenco delle chiese romane con i rispettivi presbiteri è quello delle sottoscrizioni degli atti del concilio di papa Simmaco del 499, dove sono attestati una trentina di titoli romani, per un totale di 67 presbiteri.[54]

Il territorio della città subì un'ulteriore organizzazione con la sua suddivisione in regioni ecclesiastiche, ognuna costituita da un certo numero di centri parrocchiali, con a capo un diacono coadiuvato da un suddiacono.[55] Il Catalogo Liberiano (354) attribuisce questa suddivisione a papa Fabiano a metà del III secolo.[56]

Nell'Alto Medioevo la suddivisione ecclesiastica della città rimase sostanzialmente identica, ma con un certo aumento delle regioni ecclesiastiche, documentate dalle fonti, il cui numero si avvicinò a quelle delle 14 regioni con cui Augusto aveva suddiviso la capitale dell'impero.[56] Questa organizzazione rimase invariata fino al XII secolo.[57]

Il monachesimo romano nel primo millennio

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Icona di santa Melania la giovane.

I primi monasteri documentati a Roma risalgono agli inizi del IV, dovuti all'iniziativa privata della matrona Marcella, che, rimasta vedova, costruì sull'Aventino un monastero femminile; quest'esempio fu seguito da altre donne, tra le quali Melania la giovane, Marcellina, Demetriade.[8][58]

Le prime testimonianze del ruolo dei vescovi romani nell'istituzione monastica risalgono a papa Sisto III (432-444), che fondò un monastero ad Catacumbas sulla via Appia. Altri monasteri furono fatti edificare dai successori papa Leone I, presso la tomba di san Pietro, e papa Ilario (461-468), presso la tomba di san Lorenzo.[8] Ma fu soprattutto grazie agli interventi di papa Gregorio I che il monachesimo a Roma fu organizzato sul territorio cittadino.[59]

A partire dalla prima metà del VII secolo Roma accolse in numero sempre crescente monaci mediorientali che abbandonavano l'impero bizantino dopo le conquiste dei Persiani e soprattutto dopo che parte dell'impero cadde per sempre in mano agli Arabi mussulmani.[8] Il numero dei monasteri greci a Roma e nei dintorni della città si accrebbe in concomitanza con la crisi iconoclasta dell'VIII secolo.[60]

Contestualmente si svilupparono i monasteria diaconiae, ossia monasteri sorti accanto alle antiche chiese diaconali romane, per l'aiuto e il sostentamento dei poveri della città e dei pellegrini, come ne danno testimonianza le biografie dei papi del VII e VIII secolo presenti nel Liber pontificalis.[61][62] Altri monasteri sorsero nei pressi delle principali basiliche della città, per favorire l'animazione liturgica e il canto nelle celebrazioni.[8][63]

Secondo una lista redatta all'epoca di papa Leone III nell'806, a Roma e dintorni esistevano 70 monasteri, tra cui 23 monasteri-diaconie.[8][64]

Xenodochia, hospitalia e scholae peregrinorum

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Il complesso del campo santo dei Teutonici, presso la basilica di San Pietro in Vaticano, edificato verso la fine dell'VIII secolo come Schola Francorum.

Meta di pellegrinaggio di devoti e fedeli da tutta la cristianità, Roma vide ben presto sorgere e diffondersi strutture per l'accoglienza, l'ospitalità, la cura di queste persone che giungevano nella città per visitare i luoghi santi e pregare sulle tombe dei martiri e degli apostoli Pietro e Paolo. Nascono così gli xenodochia e gli hospitalia, termini che in origine avevano una certa equivalenza.[65] Il primo xenodochio romano documentato dalle fonti antiche è lo Xenodochium Pammachii, di cui parla san Girolamo verso il 397 nella sua lettera al senatore romano Pammachio.[66][67]

Tra V e VI secolo le strutture assistenziali sono diffuse in tutta la città e sono poste sotto la diretta supervisione dei papi. Sorgono così xenodochi e pauperibus habitacula nelle vicinanze della basilica di San Pietro in Vaticano, della basilica di Santa Maria in Trivio (anticamente denominata Santa Maria in Xenodochio), e della basilica extraurbana di San Lorenzo.[68] Altri xenodochi si svilupparono nell'area del Laterano (xenodochium Valerii), nell'area dell'odierno Largo di Torre Argentina (xenodochium Anichiorum) e nella zona di Campo Marzio, non lontano dalle terme di Agrippa (xenodochium in Platana).[69][70]

Alla fine dell'VIII secolo risale la menzione di un ospedale, l'hospitale sancti Gregorii presso San Pietro, mentre un altro ospedale in Naumachia fu fatto costruire da papa Leone III (795-816) presso le mura leonine.[71] Queste strutture, oltre che dipendere direttamente dai papi, erano spesso posti sotto la direzione di monasteri, a cui erano lasciati ingenti beni per provvedere a sostenere tutte le spese richieste da questi centri di assistenza.[72][73]

Tra VII e VIII secolo iniziarono a svilupparsi particolari strutture di accoglienza, che avevano carattere nazionale, ossia erano gestite e finanziate dai rispettivi sovrani. Sorgono come scholae peregrinorum,[74] che si diffondono in particolare attorno alla basilica di San Pietro: la schola Saxonum, la schola Langobardorum, la schola Francorum e la schola Frisorum.[75]

Dall'XI al XVI secolo

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Il Clerus urbis e la Romana Fraternitas

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La chiesa di San Tommaso ai Cenci, che fu sede della fraternità romana

A partire dall'XI secolo si accentua quel processo, già iniziato nell'VIII secolo, che ha portato ad una distinzione nel clero della diocesi romana, tra clero palatino (o curiale o papale) e clero dell'urbe (clerus urbis). I primi erano dediti alle mansioni nella curia romana ed affiancavano il papa nel governo della Chiesa cattolica. I secondi invece avevano la responsabilità diretta del popolo, della cura delle anime e dell'amministrazione dei sacramenti. È soprattutto con l'XI secolo che cambia anche la figura del cardinale-presbitero, che, fino a quel momento, era a tutti gli effetti parroco della chiesa di cui portava il titolo. Ora invece il cardinale-presbitero, «non ha più una funzione all'interno del suo titolo, se non quella di un controllo saltuario e di un intervento nelle cerimonie più solenni», mentre la cura pastorale della parrocchia è affidata ad un membro del clerus urbis, in genere un arciprete,[76] che rilevò le funzioni che erano state dei cardinali-presbiteri.[8]

I primi documenti che attestano l'esistenza di un clero urbano, distinto e autonomo rispetto al clero curiale, risalgono alla seconda metà dell'XI secolo.[77] Contestualmente cambia anche il concetto di Ecclesia romana, che passa ad indicare non più la chiesa della diocesi di Roma, ma i vertici della Chiesa cattolica, ossia il papa e il gruppo dei cardinali, preposti al governo dell'intera Chiesa cattolica.[78]

Nel corso del XII secolo il clero urbano si trasformò in una vera e propria istituzione, organizzata in collegio, e raccolta attorno ad una società chiamata Romana Fraternitas,[79] fraternità romana, la cui prima attestazione risale al 1127.[80] Questa organizzazione, dotata di una propria autorità, aveva lo scopo di organizzare e governare il clero di città.[81] Per un certo periodo, la Romana Fraternitas ebbe sede nella chiesa di San Tommaso ai Cenci. A capo di questa associazione c'erano dei rectores, che avevano, tra i loro principali compiti, quelli di distribuire le offerte raccolte, di regolare le processioni e i funerali, di dirimere le controversie sorte tra le parrocchie o tra gli ecclesiastici, di far eseguire i decreti papali,[82] di regolare la disciplina del clero[83]. Nel corso del XIV secolo la giurisdizione dei rettori si estese fino a diventare un vero e proprio tribunale ecclesiastico.[84]

La Romana Fraternitas si consolidò con una sua propria costituzione, emanata da papa Bonifacio VIII il 27 febbraio 1303 con il titolo di Publicum privilegium Statutorum et ordinamentorum Almae Urbis Fraternitatis.[8] L'associazione perse di potere e di funzione nel corso dello stesso secolo, a partire da papa Giovanni XXII.[8]

La nascita del Vicarius in spiritualibus

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Papa Innocenzo III in un affresco del 1215 circa, Monastero di San Benedetto, Subiaco

La trasformazione del clero di Roma e la sua distinzione in clero papale e clero urbano toccò anche il vertice del presbiterio romano, il suo vescovo, il papa. «Lo stesso papa, pur rimanendo, naturalmente, il vescovo di Roma, non svolgeva più certe funzioni tipiche della sua cura pastorale, quali la celebrazione della liturgia stazionale. Il governo spirituale della città venne affidato al cardinale vicario, la cui figura sembra essere istituzionalizzata nel secondo decennio del XII secolo».[85]

Non di rado, in precedenza, il vescovo di Roma, per motivi particolari, come per esempio la sua assenza dalla città, affidava la sua cura ad un vicario. Ma i documenti che ne attestano l'esistenza non permettono di definire se questa "vicaria" riguardava il papa come vescovo della città o il papa come capo della cristianità.[86]

Secondo Brambilla, i primi documenti che rivelano l'esistenza di un vicarius urbis, un vicario della città, risalgono al pontificato di papa Innocenzo III, tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo,[87] con Ottaviano Poli dei conti di Segni, menzionato nel 1198, e Pietro Gallocia, documentato nel 1206 e 1207.[88] Questi vicari avevano giurisdizione unicamente in spiritualibus, ossia nelle cose che riguardavano la salute delle anime e solo all'interno delle mura cittadine.[89] La prima nomina ufficiale e esplicita di un vicario per la città è quella di Tommaso Agni, nominato con la bolla Romanus Pontifex da papa Urbano IV il 13 febbraio 1264.[90]

Nella bolla Licet ad cunctos di papa Niccolò IV (28 giugno 1288) vengono definiti con più chiarezza e precisione i compiti e i doveri dei vicari del papa; questa lettera è importante perché i suoi contenuti saranno utilizzati quasi letteralmente nelle successive bolle di nomina dei vicari pontifici.[91] Il ruolo e le funzioni del vicario per la città subì un'ulteriore evoluzione con i pontefici successivi, in particolare Bonifacio VIII (bolla Ecclesiarum omnium, 28 aprile 1299),[92] Clemente V (bolla Licet ad cunctos, 16 giugno 1307),[93] Benedetto XII (bolla Quamvis Nos, 6 marzo 1335),[94] e altri ancora. A partire dalla fine del XIV secolo i vicari del papa dovettero prestare un giuramento di fedeltà.[95]

I vicari del papa ebbero anche il potere di indire e presiedere i sinodi diocesani, come nel caso di Stefano nel 1386, Giovanni nel 1390, Daniele nel 1431 e un ultimo al tempo di papa Pio II (1458-1464).[96] Con papa Alessandro VI, è affidata in modo stabile e definitivo al vicario anche la giurisdizione e la cura degli Ebrei di Roma, con la bolla del 12 giugno 1501; queste disposizioni furono ribadite da papa Giulio II.[97]

Infine, il 28 novembre 1558 Paolo IV stabilì con decreto concistoriale che la carica di vicario spettasse a un cardinale.[98]

L'organizzazione parrocchiale nel XII-XIV secolo

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La basilica di San Pietro, ricostruita nelle forme attuali a partire dal XVI secolo

Fino al XII secolo era ancora in uso a Roma, almeno formalmente, la suddivisione del territorio diocesano in 7 regioni ecclesiastiche, che, secondo alcuni autori, erano derivate dalle 14 regioni di età augustea.[99] Ogni regione era costituita da diverse parrocchie, gli antichi tituli di epoca romana.[100] Risale alla fine del XII secolo uno dei più antichi e più completi cataloghi delle chiese di Roma, il catalogo di Cencio Camerario, contenuto del Liber Censuum, redatto nel 1192. In quest'elenco sono enumerate 294 chiese officiate da sacerdoti e altre 21 que sunt ignote et sine clericis, per un totale di 315 chiese.[101]

Lo sviluppo e la crescita dell'istituzione parrocchiale, concomitante con un aumento demografico della popolazione romana nel centro della città, ha portato nel XIII secolo ad una nuova organizzazione delle parrocchie, voluta dalla Romana Fraternitas, i cui rettori avevano suddiviso il territorio diocesano in tre grandi settori, con sede nella basilica dei Santi XII Apostoli, nella chiesa di San Tommaso ai Cenci e in quella dei Santi Cosma e Damiano. Questa suddivisione è evidente nel cosiddetto catalogo di Torino, redatto nel 1313, nel quale le oltre 400 chiese elencate[102] sono suddivise nei tre settori indicati.[103][104]

Alle grandi parrocchie, in particolare quelle che riguardavano le principali basiliche e titoli presbiterali cittadini, erano unite in affiliazione altre parrocchie minori, i cui confini sono sempre più spesso definiti e delimitati dalle bolle ponficie del XII e XIII secolo.[105] Queste parrocchie minori sono menzionate nei documenti coevi come capelle, ecclesiae suppositae, capelle de parrochia. Secondo Passigli, come è avvenuto in altre città italiane, anche a Roma «tra XIII e XIV secolo, con il crescere della popolazione, si ha il passaggio da cappelle a vere e proprie parrocchie con pieni diritti, a scapito di quelli della chiesa matrice».[106]

L'istituzione dell'Anno Santo

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Annuncio del primo Anno Santo da parte di Bonifacio VIII nel 1300 (frammento di affresco di Giotto nella Basilica Lateranense)

Papa Bonifacio VIII istituì il primo Giubileo con la bolla Antiquorum habet fida relatio, emanata il 22 febbraio 1300, ispirandosi a un'antica tradizione ebraica. Con questa bolla si concedeva l'indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero fatto visita trenta volte se erano romani e quindici se erano stranieri,[107] alle Basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura, per tutta la durata dell'anno 1300; questo anno santo si sarebbe dovuto ripetere in futuro ogni cento anni. Tra i pellegrini di questo primo giubileo si ricordano: Dante, Cimabue, Giotto, Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con sua moglie Caterina.[108] Dante riferisce nella Divina Commedia che l'afflusso di pellegrini a Roma fu tale che divenne necessario regolamentare il senso di marcia dei fedeli sul ponte di fronte a Castel Sant'Angelo.[109]

Nel 1350 papa Clemente VI, per parificare l'intervallo a quello del Giubileo ebraico, decise di accorciare la cadenza a 50 anni e aggiunse anche la basilica di San Giovanni in Laterano tra quelle da visitare.[108] In seguito l'intervallo fu abbassato a 33 anni da papa Urbano VI, periodo inteso come durata della vita terrena di Gesù, e ulteriormente ridotto a 25 da papa Paolo II nel 1470.[108]

Per il giubileo del 1425, papa Martino V introdusse due novità: la stampa di una medaglia commemorativa dell'evento e soprattutto l'apertura della Porta Santa a San Giovanni in Laterano.[108] Fu papa Alessandro VI, per il giubileo del 1500, a decidere l'apertura di 4 porte sante nelle 4 basiliche maggiori di Roma, riservando per sè l'apertura di quella di San Pietro in Vaticano.[108]

La diocesi durante la cattività avignonese

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Eletto il 5 giugno 1305 nel conclave tenutosi per motivi di sicurezza a Perugia, papa Clemente V non scese mai a Roma e decise di stabilirsi dapprima a Bordeaux, poi a Poitiers e infine, dal 1313, ad Avignone. Iniziò così quello che nella storiografia è chiamata cattività avignonese, un lungo periodo durato fino al 1377, durante il quale, pur rimanendo vescovi di Roma, i papi con la curia romana si trasferirono in Francia. Diversi di loro inoltre, oltre al proprio titolo aggiunsero anche quello di vescovi di Avignone.[8]

La partenza del papato e della curia, e inoltre il trasferimento in Francia di gran parte delle istituzioni ecclesiastiche e della burocrazia papale, portò ad una grave crisi economica e sociale per Roma, che da sempre dipendeva strettamente dalle attività commerciali e finanziarie legate alla presenza del papa. Vennero così a mancare tutte quelle entrate e quelle risorse che derivavano dai pellegrinaggi e dalle donazioni.[110] Questo ebbe ripercussioni anche sullo stato demografico della città, che si ridusse a meno di 20.000 abitanti, e sullo stato degli edifici religiosi, molti dei quali caddero in rovina.[8]

Clemente V affidò al suo vicario a Roma ampi poteri con deleghe non solo in spiritualibus, ma anche in temporalibus; a lui affidò la giurisdizione anche sui monasteri esenti, e la possibilità di conferire benefici ecclesiastici prima riservati al papa.[8] Fu nei primi anni del XIV secolo che sorsero i primi tribunali del vicariato di Roma, la segreteria del tribunale ecclesiastico e quella del tribunale civile e criminale del cardinale vicario.[8]

Papa Benedetto XII nel 1342 estese i poteri temporali del suo vicario al suburbio romano e all'intero distretto di Roma per 60 chilometri dalla città ed allargò i suoi poteri giudiziari e coercitivi. E poiché anche le sedi suburbicarie erano prive dei loro cardinali, che si trovavano ad Avignone, lo stesso papa, con la bolla Quamvis nos del 6 marzo 1335, affidò a Giovanni Pagnotta, vescovo di Anagni e suo vicario per Roma, la giurisdizione, cumulativa con quella dei cardinali-vescovi, sulle sedi suburbicarie.[8]

Quando i papi ritornarono a Roma, il vecchio patriarchio, presso San Giovanni in Laterano, era ormai fatiscente e in rovina. Per questo, papa Gregorio XI stabilì la sua sede presso la tomba di San Pietro in Vaticano.[8]

Dal XVI al XIX secolo

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Il palazzo del Quirinale, residenza dei papi, da Gregorio XIII (1572-1585) a Pio IX (1846-1870).

Alla fine del Cinquecento i vescovi di Roma si dotarono di una nuova residenza, il Palazzo del Quirinale, posto in posizione più salubre rispetto alla Città Leonina e soprattutto più defilato rispetto ai flussi di pellegrini diretti a San Pietro.

L'applicazione dei decreti tridentini nella diocesi

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Seguendo le direttive del concilio di Trento, nel 1566 papa Pio V ordinò a Giacomo Savelli, suo vicario generale per la diocesi di Roma, di compiere una visita apostolica[111] per avere un quadro completo della situazione spirituale e pastorale delle parrocchie romane. Risultato di questa visita, che censì nella diocesi 132 chiese parrocchiali,[112] fu la soppressione di diverse parrocchie, le cui chiese erano vetuste, in rovina o troppo vicine ad altre parrocchie più importanti. Inoltre, con un decreto del 1569, il cardinale Savelli ridusse il numero delle parrocchie con fonte battesimale a 24, distinguendo in questo modo le chiese parrocchiali, dette "chiese matrici", dalle altre non battesimali, denominate "chiese filiali".[113][114]

Le 24 chiese parrocchiali battesimali erano le seguenti:[115][116]

All'inizio del Seicento, il cardinale vicario Camillo Borghese decise un'ulteriore riorganizzazione delle parrocchie romane, raggruppandole in prefetture, a loro volta dipendenti da un'apposita congregazione curiale, la Congregazione dei parroci prefetti,[118] allo scopo di realizzare «il coordinamento pastorale fra le parrocchie, dando indicazioni comuni sui principali aspetti della vita religiosa e sul rapporto con i fedeli, con particolare riguardo all'amministrazione dei sacramenti, all'istruzione dei fanciulli, all'assistenza ai bisognosi».[119]

In base ai decreti conciliari e alla visita apostolica del 1566 furono redatte anche delle "Norme per i curati", con lo scopo di riformare la vita dei preti e in particolare dei parroci della città.[120] In questo contesto di riforma tridentina si inserisce anche l'uso diffuso e capillare dei libri degli Status Animarum, ossia «registri di natura religiosa contenenti i nomi, i cognomi, le età, le provenienze e le professioni dei residenti nelle circoscrizioni parrocchiali».[121] I primi stati delle anime della diocesi comparvero nel 1571, nella parrocchia di San Pietro in Vaticano, e nel 1577 nella chiesa filiale di San Nicola dei Prefetti.[121] In seguito alle disposizioni di papa Gregorio XV del 1614, il loro uso fu esteso obbigatoriamente a tutte le parrocchie.[121]

Nell'ambito delle riforme volute dal concilio di Trento, il 1º febbraio 1565 fu istituito il seminario diocesano, noto con il nome di seminario romano[122], eretto da una commissione di cardinali di cui faceva parte anche Carlo Borromeo. Il seminario fu affidato ai Gesuiti, che lo ressero fino alla loro soppressione nel 1773; gli alunni seguivano i corsi al Collegio Romano, anche questo retto dei Gesuiti.[123] Il seminario cambiò sede diverse volte; nell'ultimo periodo precedente alla fine dello Stato pontificio, il seminario fu ospitato nello stesso Collegio Romano (1774-1824 e 1848-1850) e nel palazzo dell'Apollinare (1824-1848 e 1850-1913).[124]

La diocesi nel Settecento e nell'Ottocento

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Benedetto XIII presiede nella Basilica del Laterano il sinodo romano provinciale del 1725, opera di Pier Leone Ghezzi

Nell'anno giubiliare 1725 papa Benedetto XIII indisse un sinodo provinciale romano, uno dei rari concili di questo tipo celebrati dai papi, al quale però presero parte non solo i vescovi suffraganei del vescovo di Roma, ma anche molti altri prelati per lo più provenienti dall'Italia centrale. Il sinodo si svolse nella basilica del Laterano dal 15 aprile al 29 maggio 1725 e le sue decisioni vennero raccolte in 32 capitoli.[125][126][127]

Nel 1824 papa Leone XII, con la lettera apostolica Super universam[128] del 1º novembre, procedette ad una riorganizzazione delle parrocchie romane e ad una loro ridefinizione territoriale; delle 72 parrocchie allora esistenti ne soppresse 37 e ne istituì 9 nuove, per un totale di 44 parrocchie. Furono erette a nuove parrocchie le seguenti chiese: Santa Maria Maggiore, Sant'Adriano al Foro Romano, Santa Maria ai Monti, San Giacomo in Augusta, San Rocco, Santa Maria della Nazione Picena, Santa Lucia del Gonfalone, Santa Dorotea e San Bernardo alle Terme. Con la stessa bolla, il pontefice istituì il Tabularium Vicariatus Urbis,[129] l'attuale archivio storico diocesano, per la conservazione dei registri parrocchiali romani.[130][131]

Leone XII indisse anche una visita apostolica della città e delle chiese della diocesi, con la bolla Cum primum del 31 maggio,[132] allo scopo di verificare le condizioni in cui versavano gli edifici religiosi della città, e le condizioni spirituali, economiche e governative delle istituzioni religiose romane, per prendere le misure necessarie in vista del Giubileo di quell'anno.[133]

Dal 1870 a oggi

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Piazza San Pietro e la linea bianca che segna il confine di Stato tra la Città del Vaticano e la Repubblica Italiana

Dopo la breccia di Porta Pia e la conquista di Roma da parte del Regno d'Italia, nel 1871, ebbe fine il potere temporale dei Papi. Questi eventi portarono anche ad una ridefinizione delle competenze e degli uffici del vicariato di Roma, che perse ogni aspetto civile e amministrativo per dedicarsi esclusivamente agli aspetti religiosi e spirituali delle parrocchie romane. Inoltre, nella rottura dei rapporti tra Santa Sede e nuovo stato italiano, il vicariato di Roma divenne il referente nei rapporti tra le due istituzioni e il principale interlocutore del governo italiano.[134]

Le riforme di Pio X

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L'avvento sulla cattedra vescovile romana di papa Pio X rappresenta un punto di rinnovamento per l'intera diocesi di Roma ed incide profondamente nella vita religiosa della città. Con tutta una serie di interventi, che si susseguono a ritmo incalzante, «si ha l'impressione che la diocesi di Roma venga risvegliata da una situazione di stasi e quasi di decadenza in cui si trovava da tempo… L'opera riformatrice di Pio X come vescovo di Roma si svolge secondo un piano più razionale e organico, e tocca i punti nevralgici della vita diocesana, cioè il clero e le parrocchie».[135]

La visita apostolica (1904-1907)
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Pietro Respighi, cardinale vicario dal 1900 al 1913.

Poco più di sei mesi dopo la sua elezione Pio X indisse una visita apostolica[111] alla diocesi di Roma con la bolla Quum arcano Dei consilio dell'11 febbraio 1904,[136] ottant'anni dopo l'ultima visita indetta da Leone XII, con lo scopo di riformare il clero e la vita religiosa delle parrocchie romane e per rendersi conto dei veri problemi della città e prendere gli opportuni provvedimenti.

Per l'occasione fu istituita una speciale commissione presieduta dal cardinale vicario Pietro Respighi e composta da una ventina di persone tra vescovi, religiosi, e prelati della Curia romana, a cui Pio X concesse speciali facoltà per l'esecuzione del loro lavoro e lo svolgimento della visita.[137] Essa ebbe inizio la mattina del 10 aprile con una solenne celebrazione nella basilica patriarcale lateranense. Il cardinale vicario guidò personalmente la visita alle basiliche patriarcali e alle parrocchie romane, mentre agli altri componenti della commissione spettò il compito di visitare le altre chiese, le case religiose, le istituzioni scolastiche. La visita durò tre anni ed ebbe termine nel 1907.

Per un'indagine a tappeto della situazione religiosa della diocesi, furono preparati dei questionari inviati ad ogni parrocchia, rettoria, monastero, convento, scuola e ad ogni altra istituzione religiosa e cattolica della città; le risposte dovevano pervenire in Vaticano alla Congregazione della visita apostolica. In questo modo «la visita del 1904 ha dato a papa Sarto l'occasione di intervenire, in modo decisivo, nel governo della diocesi e di dare delle direttive in conformità alle esigenze e ai problemi nuovi di una città»[138] profondamente modificata dopo il 1870.

La riforma delle parrocchie
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La chiesa di San Gioacchino in Prati che, assieme a Santa Maria Nova, furono le prime due parrocchie istituite da Pio X nel 1905

Già papa Leone XIII, negli ultimi anni del suo pontificato, aveva istituito una commissione per la riforma delle parrocchie romane «troppe di numero, mal ripartite e peggio assistite».[139] La visita apostolica permise a Pio X di avere un quadro completo della situazione e di apportare le appropriate modifiche. Nel 1904 la diocesi comprendeva 58 parrocchie, di cui due, San Bartolomeo all'Isola e i Santi Marcellino e Pietro a Torpignattara, avevano qualche centinaio di abitanti, mentre altre superavano le 20.000 unità, e la parrocchia di San Giovanni in Laterano i 40.000 fedeli.[140]

La commissione di Leone XIII aveva già predisposto un piano di riforma, distinguendo le parrocchie della città in tre settori concentrici: quelle del centro storico all'interno delle mura aureliane; quelle adiacenti alle mura, ma fuori dal centro storico e quelle esterne dell'agro romano. Pio X approvò il piano leoniano e, d'accordo con il governo italiano, per contenere le spese, decise di trasferire i titoli giuridici e le rendite delle parrocchie soppresse a quelle nuove. Secondo la testimonianza, resa al processo di beatificazione del pontefice da Francesco Faberj, segretario del vicariato ed attuatore esecutivo della riforma, il criterio seguito da Pio X «in tutto lo svolgersi di questa riforma o riordinamento delle parrocchie era quello soltanto del bene delle anime. Si studiò quindi il problema dal lato topografico e demografico, per stabilire quante parrocchie fossero necessarie e dove stabilire la chiesa parrocchiale…»[141]

Il primo atto di riforma si ebbe il 1º giugno 1905 con la lettera apostolica Almae Urbis Nostrae,[142] con la quale il pontefice soppresse le parrocchie di San Tommaso in Parione e di Santa Lucia del Gonfalone ed eresse le parrocchie di Santa Maria Nova e di San Gioacchino ai Prati. Decreti simili furono pubblicati lungo tutto il pontificato di Pio X e alla sua morte erano già pronte le somme necessarie o il terreno già acquistato per le altre parrocchie previste dal progetto iniziale.

Nel complesso, la riforma portò alla soppressione di 15 parrocchie nel centro storico e alla costituzione di 16 nuove parrocchie in periferia e nei quartieri che si stavano sviluppando.[143] Per la costruzione di nuove chiese parrocchiali e per la ristrutturazione e l'adeguamento di vecchie chiese diventate parrocchie furono spesi complessivamente 12 milioni di lire.[144]

La riforma della catechesi
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Il Compendio della dottrina cristiana prescritto da Sua Santità Papa Pio X alle diocesi della provincia di Roma, 1905

L'opera di rinnovamento introdotta da Pio X si estese anche alla catechesi. All'inizio del suo pontificato, il papa introdusse l'abitudine di accogliere in Vaticano, nei pomeriggi delle domeniche, gruppi di fedeli delle parrocchie romane per impartire loro lezioni di catechismo sul vangelo festivo.

A Roma e nel Lazio era ancora in vigore il catechismo di Roberto Bellarmino (XVII secolo), aggiornato ai tempi di papa Leone XIII (1901), mentre nel resto dell'Italia si stavano diffondendo nuovi testi di catechismo, approvati dalle autorità ecclesiastiche. Inoltre a Roma era invalsa l'abitudine di non insegnare il catechismo in parrocchia, ma di demandare questo compito a particolari istituti religiosi della città, dove i bambini si preparavano in massa a ricevere i sacramenti dell'iniziazione cristiana; l'aumento demografico della città e la difficile dislocazione di questi istituti impediva a molti ragazzi di accedere ai sacramenti. Il 12 gennaio 1905 Pio X scrisse una lettera al cardinale vicario Respighi per imporre ai parroci l'obbligo e il dovere di preparare i bambini nella propria parrocchia.[145]

Dopo la pubblicazione dell'enciclica Acerbo Nimis per la riforma della catechesi, il pontefice fece preparare un sussidio, pubblicato con il titolo di Compendio della dottrina cristiana prescritto da Sua Santità Papa Pio X alle diocesi della provincia di Roma. Con lettera al cardinale Respighi del 14 giugno 1905, il pontefice impose l'obbligo del nuovo testo «per l'insegnamento pubblico e privato nella Diocesi di Roma e in tutte le altre della Provincia Romana».[146]

Le critiche e le osservazioni giunte su questo testo, e le nuove disposizioni sull'età della prima comunione, imposero ben presto un rifacimento del Compendio. Nacque così quello che in seguito fu conosciuto come Catechismo di Pio X, costituito in realtà da due testi: il Catechismo della dottrina cristiana e i Primi elementi della dottrina cristiana, pubblicati verso la fine di novembre 1912. Con lettera al cardinale vicario del 18 ottobre 1912, Pio X rese obbligatori per la diocesi di Roma e le sue suffraganee questi due catechismi «senza mutazione di parola», con il divieto «che d'ora innanzi nell'insegnamento catechistico si segua altro testo».[147]

La riforma della disciplina ecclesiastica e del seminario romano
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Il palazzo dell'Apollinare, sede del Seminario Romano dal 1824 al 1848 e dal 1850 al 1913

Tra i motivi che indussero Pio X a indire la visita apostolica nel 1904 c'era anche la riforma del clero romano. L'anno successivo il pontefice prese precise disposizioni per regolamentare la presenza e la residenza a Roma di seminaristi, chierici e clero extradiocesano, presenti numerosi nella città.[148] In una lettera al cardinale vicario Respighi del 6 agosto 1905[149] stabilì che nessun prete o chierico poteva stabilirsi in diocesi senza una formale e motivata richiesta, senza il permesso del suo vescovo d'origine e senza il nulla osta rilasciato dal Vicariato; a chi non ottemperava a queste disposizioni era vietato l'esercizio del ministero pastorale.

Nell'ottobre del 1903 il cardinale Respighi istituì una speciale commissione per la direzione del ministero sacerdotale a Roma, con lo scopo di conoscere il clero e di vigilarne lo spirito e l'attività.[150] Con la riforma delle parrocchie, Pio X era intenzionato non solo a rivedere territorialmente la loro giurisdizione, ma anche e soprattutto cercare e formare personale adatto e preparato per l'attività parrocchiale, lavoro poco bramato dai giovani preti, che ambivano piuttosto a posti nella Curia romana o negli uffici del Vicariato.[151] Nel dicembre 1904, il papa impose l'obbligo per il clero secolare romano degli esercizi spirituali da compiersi ogni tre anni; a chi non adempiva a questo obbligo, non veniva rinnovato il permesso di celebrare la messa o di ascoltare le confessioni.[152] Furono emanate anche nuove disposizioni per la predicazione nel territorio della diocesi, previo un apposito esame e la necessaria autorizzazione del cardinale vicario.[153] Nel 1908 fu vietato al clero romano di frequentare i teatri o assistere a spettacoli cinematografici; la pena ai contravventori giungeva fino alla sospensione a divinis.[154]

L'impegno maggiore fu profuso da Pio X per la riforma degli studi ecclesiastici e dei seminari romani, nel contesto della generale riforma dei seminari italiani introdotta dal pontefice con le disposizioni del 1907,[155] 1908[156] e 1912.[157] A Roma esistevano sette seminari per la formazione del clero locale, tra cui il Seminario Pio, il Seminario Vaticano, il Collegio Capranica e il Seminario romano, il più importante seminario della diocesi, che all'epoca aveva sede nel palazzo dell'Apollinare, adiacente alla basilica omonima. Pio X decise la costruzione di una nuova sede per il Seminario Romano, presso la basilica lateranense, inaugurata nel mese di novembre 1913. Contestualmente il pontefice istituì una commissione di cardinali per studiare un progetto di riforma dei seminari di Roma e la fattibilità della loro unificazione. Frutto dei lavori della commissione è la costituzione apostolica In praecipuis pubblicata il 29 giugno 1913.[158] La costituzione decise la divisione del Seminario Romano in seminario minore e seminario maggiore e la soppressione dei vari seminari ad eccezione del Leonino, del Vaticano e del Capranica. Successivi documenti pontifici regolarono la vita interna del seminario maggiore, il programma di studi, con particolare vigilanza sulla formazione dei professori e sui testi utilizzati, nel contesto della lotta che la Santa Sede stava sostenendo in quel frangente storico contro il modernismo teologico.[159]

La riforma del Vicariato
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Il cortile del palazzo Maffei Marescotti in via della Pigna, acquistato dal Vaticano come nuova sede del vicariato e della curia diocesana

«L'organizzazione della curia diocesana di Roma si presentava, agli inizi del Novecento, in uno stato di inadeguatezza alle necessità dei tempi. L'autorità e la giurisdizione del cardinale Vicario erano limitate della molteplicità delle esenzioni e dei privilegi».[160] Fin dagli inizi del suo pontificato nel 1905, Pio X, nell'intento di costituire una vera curia diocesana come qualsiasi altra diocesi, incaricò il segretario del Vicariato Francesco Faberj di preparare un progetto di riforma, basato sull'eliminazione della giurisdizione di altri cardinali e dei vari enti religiosi o laici e sulla nascita di un vero e proprio governo diocesano; il progetto tuttavia fu abbandonato ben presto, come pure il tentativo di dare una nuova sede agli uffici del Vicariato, in sostituzione delle anguste camere in piazza Sant'Agostino.

Il progetto di riforma fu ripreso negli anni 1908-1912 affidato al cardinale Gaetano De Lai e portò alla pubblicazione della costituzione apostolica Etsi nos del 1º gennaio 1912,[161] con la quale il pontefice riformò, per la prima volta in modo sistematico, il Vicariato di Roma. Esso veniva suddiviso in quattro uffici, a capo dei quali era posto il cardinale vicario coadiuvato da quattro prelati, ognuno preposto ad uno dei nuovi uffici: 1º culto divino e visita apostolica; 2º disciplina del clero e del popolo cristiano; 3º affari giudiziari; 4º amministrazione economica. Il regolamento, che sopprimeva l'ufficio dell'arcivescovo vicegerente, prevedeva la nomina di un sacerdote, incaricato in modo speciale della cura pastorale dell'agro romano;[162] stabiliva la costituzione di un gruppo di parroci incaricati di vigilare sulla catechesi e di promuoverla;[163] venivano abolite le giurisdizioni particolari di cardinali ed enti ecclesiastici.

Il Vicariato ebbe anche una nuova e più consona sede nel palazzo Maffei Marescotti in via della Pigna, acquistato dal Vaticano per 80.000 lire.[164]

La diocesi in epoca post-conciliare

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Mappa dei settori e delle prefetture in cui è suddivisa la diocesi di Roma.

Il 25 gennaio 1959 papa Giovanni XXIII, in un'allocuzione ai cardinali,[165] annunciò la convocazione di un concilio ecumenico, il Concilio Vaticano II, ed insieme la convocazione di un sinodo per la diocesi di Roma. Era la prima volta, dai tempi del concilio di Trento, che un sinodo veniva celebrato nella diocesi del papa.[8] Preparato nei mesi successivi all'annuncio, fu celebrato da domenica 25 gennaio 1960 al sabato successivo, 31 gennaio.[166] «Il sinodo di Roma di papa Roncalli promulgò il codice diocesano in concordanza e adeguamento alle situazioni particolari di ogni diocesi, traducendo a livello locale norme più generali. La partecipazione al sinodo era prevista attiva nella fase preparatoria mentre la celebrazione doveva consistere nell'ascolto da parte del clero convocato della lettura delle costituzioni, che cadevano sotto la sola autorità del vescovo "unicus legislator"[167]

Nel luglio del 1961 vennero nominati, per la prima volta, due vescovi ausiliari.[8] Fu lo stesso Giovanni XXIII a volere la nascita della Rivista Diocesana di Roma, in sostituzione del precedente Bollettino del Clero Romano.[8] Contestualmente alla separazione degli uffici fra cardinale titolare e vescovo residenziale nelle sedi suburbicarie, dal 1962 la sede suburbicaria di Ostia è amministrata dal vicario generale per la diocesi di Roma.

Papa Paolo VI è stato il primo vescovo ad effettuare visite non occasionali alle parrocchie di Roma. Nel 1966, in ottemperanza ad alcune decisioni del primo sinodo romano, con il motu proprio Romanae Urbis[168], ha provveduto ad organizzare territorialmente la diocesi in cinque settori, ognuno affidato ad un vescovo ausiliare.[8] Nel 1967 gli uffici del vicariato di Roma furono trasferiti nel Palazzo del Laterano.[169] Nel 1977, con la costituzione apostolica Vicariae potestatis in Urbe procedette alla riforma del vicariato, in applicazione delle decisioni del Concilio Vaticano II.[170]

Papa Giovanni Paolo II in visita alla parrocchia di San Pio X nel 1993.

Nel 1978, per la prima volta dopo oltre quattro secoli, Roma ha avuto un vescovo straniero, il polacco Giovanni Paolo II, che fin dall'inizio del suo ministero si presentò come "vescovo di Roma". Nel suo lungo episcopato si impegnò in modo sistematico alla visita delle parrocchie romane, visitandone 301 su un totale di 333.[171] Rinnovò ulteriormente il vicariato di Roma con la costituzione apostolica Ecclesia in Urbe,[172] e celebrò un secondo sinodo diocesano tra ottobre 1992 e maggio 1993.[173]

Tra il 1946 e il 1965, in concomitanza con il ripopolamento e la sempre più crescente urbanizzazione della campagna romana, si sentì la necessità di ridefinire e specificare i confini tra la diocesi di Roma e le diocesi suburbicarie di Ostia[174] e di Porto-Santa Rufina.[175] Il 7 marzo 2005 la diocesi ha incorporato il territorio dell'abbazia territoriale di San Paolo fuori le mura, che ha perso il privilegio della territorialità. Un'ulteriore modifica del confine con la diocesi di Ostia si è verificata nel 2012.[176]

Nel 1989 Giovanni Paolo II ha posto sotto la diretta supervisione del vicariato di Roma l'Opera romana per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese.[177] Fondato da papa Pio XI nel 1930,[178] da quest'ufficio dipende la costruzione delle nuove parrocchie romane. Si stimano in oltre 300 le chiese parrocchiali costruite dopo la seconda guerra mondiale, in particolare fuori dalle mura e nella campagna romana, dove maggiore è stato l'incremento demografico nel dopoguerra.[179]

Il 28 febbraio 2013, per la prima volta dopo diversi secoli, un papa, Benedetto XVI, ha dato le dimissioni da vescovo di Roma.[180]

Il 6 gennaio 2023 papa Francesco ha rinnovato il vicariato di Roma con la costituzione apostolica In ecclesiarum communione.[181] Inoltre il 1º ottobre 2024 ha ridotto a quattro il numero dei settori della diocesi,[13] riforma che papa Leone XIV ha annullato il 26 novembre 2025 con il ripristino del settore "centro".[12] Il 30 giugno 2026, lo stesso Leone XIV ha aggiornato la costituzione apostolica In ecclesiarum communione con il motu proprio Confirma fratres tuos,[182] che ha introdotto alcune novità, tra cui quella del Moderator Curiae.[183]

Lo stesso argomento in dettaglio: Lista dei papi.

Vicari per la Città del Vaticano

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Lo stesso argomento in dettaglio: Vicario generale per la Città del Vaticano.

Vicari per la diocesi di Roma

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Lo stesso argomento in dettaglio: Vicario generale per la diocesi di Roma.
Lo stesso argomento in dettaglio: Vicegerente della diocesi di Roma.

La diocesi nel 2023 su una popolazione di 3.163.100 persone contava 2.592.300 battezzati, corrispondenti all'82,0% del totale.

Anno Popolazione Presbiteri Diaconi Religiosi Parrocchie
battezzati totale % n. secolari regolari battezz. per
presbitero
uomini donne
1970?2.650.002?4.7291.3693.360?3.36015.800245
19802.694.8712.766.00097,45.1361.6363.5005245.23016.800293
19902.614.0002.690.00097,25.1351.6353.500509295.18920.000320
19992.591.0002.669.96197,07.7813.4514.330332645.87821.500329
20002.588.0002.667.45197,05.8911.5614.330439615.87825.000331
20012.587.7202.667.16697,05.8671.5374.330441615.93221.500335
20022.454.0002.530.02397,05.3311.6813.650460784.47822.000334
20032.454.0002.787.20688,05.4101.7603.650453845.60522.000333
20042.454.0002.787.20688,05.3901.7403.650455885.63021.900333
20102.473.0002.816.70687,84.9221.6313.2915021164.87522.500336
20112.348.9052.864.51982,04.8941.5893.3054791144.92522.705336
20132.365.9232.885.27282,04.8341.5743.2604891224.95222.775334
20142.365.9232.885.27282,04.8341.5743.2604891224.95222.775334
20162.351.0572.867.14382,04.6601.5423.1185041254.82022.740334
20172.355.9842.873.15282,03.7021.5242.1786361333.87022.770334
20192.607.9953.180.48282,03.6931.5082.1857061313.87922.710334
20202.603.0003.174.44082,03.7691.5742.1956911373.93822.720335
20222.602.7403.175.80082,03.1731.3531.8208201353.56222.710332
20232.592.3003.163.10082,02.6808601.8209671493.56722.730331

Calendario liturgico proprio

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Con decreto del 25 aprile 2023, il Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha approvato il nuovo calendario liturgico proprio della diocesi di Roma, in sostituzione del precedente, in vigore dal 1972. Come spiega il cardinale Angelo De Donatis nel decreto di promulgazione, nel nuovo calendario sono compresi «solo quelle figure il cui culto è diffuso e riconosciuto in tutta la Diocesi, evitando di rendere obbligatorie celebrazioni di quei santi o beati che sono conosciuti e venerati solo in determinate realtà pastorali». Inoltre sono stati esclusi tutti quei santi e beati che, benché eminenti per la vita della diocesi di Roma, sono già presenti nel Calendario romano generale, come pure tutti quei numerosi santi che sono vissuti, morti e sono sepolti a Roma.[184]

DataCelebrazioneGrado
22 gennaioSan Vincenzo Pallotti, presbiteroMemoria facoltativa
1º febbraioBeata Ludovica AlbertoniMemoria facoltativa
16 aprileSan Benedetto Giuseppe LabreMemoria facoltativa
18 maggioSan Felice da Cantalice, religiosoMemoria facoltativa
23 maggioSan Giovanni Battista de' Rossi, presbiteroMemoria facoltativa
4 giugnoBeata Vergine Maria Salus populi romaniMemoria
9 giugnoBeata Anna Maria TaigiMemoria facoltativa
26 giugnoSan Josemaría Escrivá de Balaguer, presbiteroMemoria facoltativa
29 giugnoSanti Pietro e Paolo di Tarso, apostoli, patroni della Chiesa di RomaSolennità
30 giugnoSanti primi martiri della Chiesa di RomaMemoria
7 luglioSanti vescovi della Chiesa di RomaMemoria
21 ottobreSan Gaspare del Bufalo, presbiteroMemoria facoltativa
25 ottobreAnniversario della dedicazione della propria chiesa
Nelle chiese dedicate delle quali non si conosce la data di dedicazione
Solennità
8 novembreTutti i santi della Chiesa di RomaMemoria
9 novembreDedicazione della Basilica LateranenseFesta in diocesi
Solennità nella basilica
25 novembreSanti Luigi e Maria Beltrame QuattrocchiMemoria facoltativa
26 novembreSan Leonardo da Porto Maurizio, presbiteroMemoria facoltativa
  1. 1 2 Vescovo titolare di Campli.
  2. Vescovo titolare di Orrea.
  3. Vescovo titolare di Bisenzio.
  4. Vescovo titolare di Biccari.
  5. Vescovo titolare di Atella.
  6. Vescovo titolare di Arpi.
  7. Codice di Diritto Canonico, canone 331.
  8. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 Diocesi di Roma, su beweb.chiesacattolica.it.
  9. Parere della Chiar.ma Prof.ssa Geraldina BONI circa giurisdizione canonica sul Quirinale, su jus.vitaepensiero.it.
  10. 1 2 Confirma fratres tuos, articolo 8.
  11. Confirma fratres tuos, articolo 10.
  12. 1 2 Papa Leone XIV, Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» del Sommo Pontefice Leone XIV sul Settore Centro della Diocesi di Roma, su press.vatican.va, 26 novembre 2025. URL consultato il 26 novembre 2025.
  13. 1 2 Papa Francesco, Motu proprio "La vera bellezza", su diocesidiroma.it, 1º ottobre 2024. URL consultato il 3 ottobre 2024.
  14. Confirma fratres tuos, articolo 17.
  15. Nota giuridico-pastorale "La Prefettura", Rivista diocesana di Roma, 1994, p. 1463.
  16. 1 2 Giulia Rocchi, I nuovi parroci prefetti, su Diocesi di Roma, settembre 2024. URL consultato il 10 ottobre 2024. Vedi il Decreto del Cardinale Vicario annesso, scaricabile in PDF.
  17. Confirma fratres tuos, articoli 21-24.
  18. Confirma fratres tuos, articolo 21 § 1.
  19. Confirma fratres tuos, articolo 23 § 1.
  20. Regolamento Generale, articolo 6 § 1.
  21. Confirma fratres tuos, articolo 31.
  22. Regolamento Generale, articoli 16-17.
  23. Regolamento Generale, articoli 18-20, 25.
  24. Regolamento Generale, articoli 21-22, 24.
  25. Regolamento Generale, articoli 23, 26.
  26. Regolamento Generale, articoli 27.
  27. Regolamento Generale, articoli 28-33.
  28. Regolamento Generale, articoli 36, 38-39.
  29. Regolamento Generale, articoli 34-35 e 40.
  30. Regolamento Generale, articoli 41-44.
  31. Regolamento Generale, articolo 46.
  32. Pontificio Seminario Romano Maggiore, su seminarioromano.it. URL consultato il 5 luglio 2026.
  33. Pontificio Seminario Romano Minore, su seminarioromanominore.com. URL consultato il 5 luglio 2026.
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  35. Dati dal sito web della diocesi.
  36. (LA) Bolla Ex Lateranensi pacto, AAS 21 (1929), pp. 309-311.
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  39. Romano Penna, L'origine della chiesa di Roma e la sua fisionomia.
  40. 1 2 Simonetti, L'età antica.
  41. Duchesne, Le Liber pontificalis…, vol. I, pp. I-II.
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  50. Andrieu, La carrière ecclésiastique des papes, pp. 90-91.
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  67. Stasolla, A proposito delle strutture assistenziali ecclesiastiche, p. 10.
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  70. Santangeli Valentini, Pellegrini, senatori e papi, pp. 205 e seguenti.
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  100. Passigli, Geografia parrocchiale e circoscrizioni territoriali, pp. 53-54.
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  111. 1 2 «La visita apostolica designa a Roma quella che altrove è la visita pastorale, raccomandata dal concilio di Trento ai vescovi» (Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, p. 49; Fiorani, Le visite apostoliche del Cinque-Seicento, e la società religiosa romana, in "Ricerche per la storia religiosa di Roma" 4, 1980, pp. 55-56).
  112. Claudio Schiavoni, La concentrazione degli archivi delle parrocchie romane presso l'Archivio storico del Vicariato, in: «Archivi e archivistica a Roma dopo l'unità. Genesi storica, ordinamenti, interrelazioni. Atti del convegno, Roma, 12-14 marzo 1990», Roma, 1994, p. 156.
  113. Germini, Due parrocchie romane nel Settecento, p. 25.
  114. Armellini, Le chiese di Roma, p. 86.
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  117. La parrocchia di San Lorenzo in Damaso ebbe affiliate ben 37 chiese. Le scritture parrocchiali di Roma e del territorio vicariale, p. 52; elenco in: Armellini, Le chiese di Roma, p. 87.
  118. Rocciolo, Gli Stati delle Anime di Roma, p. 2.
  119. Presentazione della Strenna dei Romanisti 2017 (PDF), su gruppodeiromanisti.it.
  120. Germini, Due parrocchie romane nel Settecento, p. 26.
  121. 1 2 3 Rocciolo, Gli Stati delle Anime di Roma, p. 1.
  122. Per distinguerlo da altri seminari fondati successivamente a Roma.
  123. Storia del Seminario, su seminarioromano.it. URL consultato il 12 ottobre 2024.
  124. Le Sedi, su seminarioromano.it. URL consultato il 12 ottobre 2024.
  125. Egidio Papa, Consensi e contrasti intorno al concilio romano del 1725. La Civiltà Cattolica, 1960, pp. 146-157.
  126. Luigi Fiorani, Il Concilio romano del 1725, Roma, 1978.
  127. Il Giubileo viaggio nella storia, 1725 Anno Santo e Concilio, su vatican.va.
  128. Papa Leone XII, Super universam, Bullarii romani continuatio, tomus VIII, Prato, 1854, pp. 232-243.
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  130. Bolla Super universam, p. 10: «...mandamus ut ... constituatur generale Tabularium, in quo libri omnes Parochiales adserventur».
  131. Diocesi di Roma. Archivio storico diocesano, su san.beniculturali.it. URL consultato il 13 ottobre 2024.
  132. Bolla Cum primum, in Bullarii romani continuatio, vol. XVI, Roma, 1854, pp. 61-62.
  133. Francesca Falsetti, La Visita Apostolica per il giubileo del 1825. Uno strumento per verificare lo stato di conservazione e pianificare gli interventi di restauro della Roma sacra, in: “Si dirà quel che si dirà: si ha da fare il Giubileo”. Leone XII, la città di Roma e il giubileo del 1825, a cura di Raffaele Colapietra e Ilaria Fiumi Sermattei, Genga, 2014, pp. 93-116.
  134. Regoli, Il Vicariato di Roma dopo il 1870, pp. 231-233.
  135. Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, pp. 319-320.
  136. ASS 36 (1903-04), pp. 532-535.
  137. Breve apostolico Quae nostra del 3 marzo 1904 (ASS 36, 1903-04, pp. 535-543).
  138. Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, p. 58.
  139. Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, p. 47.
  140. L'elenco delle parrocchie e il numero complessivo degli abitanti per ogni parrocchia in: Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, pp. 61-62.
  141. Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, p. 66.
  142. ASS 38 (1905-06), pp. 532-535.
  143. L'elenco delle nuove parrocchie e di quelle soppresse in: Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, pp. 68-69.
  144. Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, p. 69.
  145. ASS 37 (1904-1905), pp. 425-432.
  146. ASS 38 (1905-1906), pp. 129-131.
  147. Epistola Fin dai primordi, AAS 4 (1912), pp. 690-692.
  148. Sulla situazione e la condotta di questi preti: Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, pp. 195-211.
  149. Lettera Il vivissimo desiderio, ASS 38 (1905-06), pp. 67-70.
  150. Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, p. 176.
  151. Iozzelli, Roma religiosa all'inizio del Novecento, p. 177.
  152. (LA) Lettera Experiendo plus satis, ASS 37 (1904-05), pp. 420-425.
  153. (LA) Notificatio Qua Cardinal, ASS 38 (1905-06), pp. 187-188 e (LA) Normae pro examinibus Concionatorum Urbis, ASS 38 (1905-06), pp. 415-416.
  154. Vicariato di Roma, Decreto Una delle principali, AAS 1 (1909), pp. 600-601.
  155. Sacra Congregazione dei vescovi e dei regolari, Programma generale studiorum a Pio PP. X approbatum pro omnibus Italiae Seminariis, ASS 40 (1907), pp. 336-343.
  156. Normae ad instaurandam institutionem et disciplinam in Seminariis Italiae a SS. D. N. Pio PP. X approbatae, ASS 41 (1908), pp. 212-242.
  157. Sacra Congregazione Concistoriale, Lettera circolare Le Visite apostoliche, AAS 4 (1912), pp. 491-498.
  158. (LA) Costituzione apostolica In praecipuis, AAS 5 (1913), pp. 297-300.
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  177. Lettera apostolica in forma di «Motu Proprio» con la quale si dà nuovo nome e nuova configurazione alla «Pontificia Opera per la preservazione della Fede e per la provvista di nuove Chiese in Roma», su w2.vatican.va.
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Opere di carattere generale

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Studi specifici

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Voci correlate

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Altri progetti

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