Delfi
| Delfi | |
|---|---|
| Nome originale | ἡ Πυθώ, -οῦς (oppure ἡ Πυθών, -ῶνος)[N 1] |
| Cronologia | |
| Fondazione | XV secolo a.C. |
| Fine | VII secolo |
| Causa | abbandono |
| Territorio e popolazione | |
| Nome abitanti | Delfi (Δελφοί) |
| Lingua | greco |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Delfi (in precedenza Kastri) |
| Coordinate | 38°28′56.64″N 22°30′03.6″E |
| Altitudine | 600 m s.l.m. |
| Cartografia | |
| Sito archeologico di Delfi | |
|---|---|
| Tipo | Culturali |
| Criterio | (i) (ii) (iii) (iv) (vi) |
| Pericolo | Non in pericolo |
| Riconosciuto dal | 1987 |
| Scheda UNESCO | (EN) Archaeological Site of Delphi (FR) Scheda |
Delfi (in greco antico Δελφοί?, Delphói; in età omerica anche in greco antico Πυθώ?, Pythṓ) è stata una città dell'antica Grecia, sede del santuario di Apollo e di uno dei più importanti oracoli del mondo greco, quello della Pizia.[1][2][3]
Si trovava nella Focide, sul fianco meridionale del Parnaso, a circa 600 metri di quota e lungo le vie che dalla Grecia centrale conducevano al golfo di Corinto; nella tradizione greca era considerata il centro del mondo, segnato dall'onfalo.[2][4]
Fra il VI e il IV secolo a.C. il santuario si affermò come uno dei principali centri panellenici, con templi, tesori votivi, monumenti dedicatori, il teatro e lo stadio.[5][6] L'oracolo ebbe rilievo sul piano religioso e in quello politico: intervenne nella colonizzazione greca, nei rapporti fra le polis e nelle guerre sacre combattute per il controllo del santuario.[7][8][9]
Abitata almeno dall'età del bronzo, Delfi è iscritta dal 1987 nella lista del Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.[1]
Mitologia
[modifica | modifica wikitesto]Le tradizioni mitiche relative a Delfi sono numerose e divergenti.[10][11] Le spiegazioni antiche dell'origine del nome oscillano fra un personaggio eponimo, Delfo, cui le fonti attribuivano genealogie diverse, e il termine in greco antico δελφύς? (delphys, "utero"), ricondotto alla forma del luogo o a un culto primitivo di Gea.[10]
Il mito più direttamente legato al santuario è quello di Apollo e del serpente Pitone.[10][7][11] Nelle tradizioni antiche il luogo era in origine connesso a Gea, a Themis e a Pitone, posto a guardia dell'oracolo primitivo.[10][7][12] Apollo ne prese possesso dopo aver ucciso Pitone o, secondo altre versioni, succedendo senza lotta ai precedenti detentori dell'oracolo; da qui deriverebbe l'epiclesi di Apollo Pizio o Pitico.[10][12]
Secondo un'altra tradizione, accolta nell'Inno ad Apollo, il dio, sotto forma di delfino, guidò fino a Crisa una nave di Cretesi e vi istituì il proprio culto come Apollo Delphinios.[10][12] Nell'Iliade, nell'Odissea e nell'Inno ad Apollo Delfi è ancora chiamata Πυθώ (Pytho).[10]
Alla mitologia del santuario appartiene anche l'onfalo, la pietra che segnava Delfi come "ombelico del mondo": secondo il mito, Zeus lasciò volare due aquile dalle estremità opposte della terra; le due si incontrarono a Delfi, dove il dio fece cadere l'onfalo.[13][14]
La fonte Castalia entrava nel paesaggio mitico di Delfi: la tradizione locale faceva derivare il suo nome dall'eroe Kastalios o dalla ninfa Kastalia, figlia del fiume Acheloo, e le sue acque erano legate ai riti di purificazione del santuario.[15][16]
Accanto ad Apollo aveva rilievo a Delfi il culto di Dioniso: durante i tre mesi invernali in cui Apollo era ritenuto assente, il tempio era posto sotto il segno di Dioniso, la cui tomba era localizzata all'interno del santuario.[17][18][19]
Al ciclo mitico di Delfi appartiene inoltre la vicenda di Flegias, padre di Coronide: per vendicare la figlia tentò di incendiare il santuario, e Apollo lo colpì condannandolo a una pena eterna nel Tartaro.[20]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Origini
[modifica | modifica wikitesto]L'area di Delfi è frequentata dal Neolitico e, nel II millennio a.C., presenta resti di età micenea databili fra il XV e il XII secolo a.C.; tracce di frequentazione cultuale sono attestate almeno dalla fine del IX secolo a.C., e i primi monumenti riferibili al santuario di Apollo si datano al VII secolo a.C.[1][21][22][23] La tradizione antica collegò il luogo a un precedente culto di Gea e al serpente Pitone; è stato però osservato che questa "preistoria" del santuario potrebbe essere una costruzione mitologica più tarda.[7][24]
Con Apollo Pizio il santuario assunse la forma con cui compare nelle fonti greche.[2][3] Il culto si caratterizzava per la richiesta di vaticini alla Pizia, che pronunciava i responsi del dio seduta su un tripode al centro del santuario.[2][3] Le fonti antiche e la tradizione locale collegavano lo stato estatico della Pizia a esalazioni provenienti dal sottosuolo, ma la questione resta discussa.[2][10] Nell'area erano inoltre attive Crisa e il porto di Cirra, strettamente connessi alla storia del santuario.[25][26]
Centro della vita religiosa e politica
[modifica | modifica wikitesto]Dalle sue prime fasi il santuario ebbe rilievo nella vita religiosa e politica del mondo greco; la tradizione antica e la documentazione successiva lo collegano anche ai principali movimenti di colonizzazione arcaica.[7][22] La tutela del santuario faceva capo all'Anfizionia, la cui composizione e le cui competenze sono note soprattutto per il V e il IV secolo a.C.[27] Nel periodo arcaico e classico, famiglie aristocratiche e potenze regionali cercarono ripetutamente di influire sulla vita del santuario; tra gli episodi più noti figura la ricostruzione del tempio di Apollo da parte degli Alcmeonidi dopo l'incendio del 548 a.C.[22][28]
L'Anfizionia fu più volte al centro delle guerre sacre. La prima guerra sacra fu combattuta, secondo la cronologia più diffusa, fra il 592 e il 582 a.C. circa e portò alla distruzione di Crisa.[8][29] Dal VI secolo a.C. le città greche cominciarono a depositare presso il santuario i propri tesori votivi, ospitati in edifici costruiti a spese delle comunità offerenti.[22][30]
Nel 457 a.C., dopo la battaglia di Enofita, gli Ateniesi affidarono Delfi ai Focesi; la reazione spartana provocò la seconda guerra sacra del 448 a.C., dopo la quale l'intervento di Pericle riportò il santuario sotto controllo focese, fino alla Pace di Nicia del 421 a.C.[8][31] La terza guerra sacra (356-346 a.C.) segnò l'ingresso della Macedonia negli affari delfici: dopo la sconfitta dei Focesi, i loro voti nell'Anfizionia passarono a Filippo II.[8][32] La quarta guerra sacra (339-338 a.C.) si concluse con un ulteriore intervento di Filippo e con l'egemonia macedone sulle principali città della Grecia centrale.[8][31]
Nel III secolo a.C. la lega etolica assunse un ruolo preminente nell'Anfizionia; dopo la battaglia di Pidna del 168 a.C. Delfi passò sotto l'influenza romana, rimanendo centro religioso di prestigio ma di minore peso politico.[7][33] In età romana il santuario fu restaurato da vari imperatori, ma subì anche celebri spoliazioni, fra cui quelle di Silla e di Nerone.[22][7][33]
Tarda antichità
[modifica | modifica wikitesto]Il declino dei culti pagani e la cessazione della consultazione dell'oracolo non coincisero con la fine dell'insediamento: fra IV e VI secolo Delfi si sviluppò come città tardoantica, più estesa che in alcune epoche precedenti soprattutto verso ovest, mentre parte dello spazio sacro veniva trasformato in spazio urbano.[34][35]
Fra i resti architettonici di questa fase figurano l'Agorà romana, le Terme dell'Est, una casa con peristilio e tre basiliche, una delle quali probabilmente situata presso l'Agorà, una nell'area dell'antico ginnasio e una, datata al VI secolo, presso l'ingresso del villaggio moderno.[36][37]
A sud-est del recinto di Apollo sorgeva la cosiddetta Villa Sud-Est del Peribolo, edificio privato organizzato su quattro livelli, con tre sale absidate (triclinia), una grande sala rettangolare con nicchie, ambienti di servizio e un piccolo complesso termale.[38]
Nell'ultimo quarto del VI secolo la villa fu abbandonata come residenza e il settore fu rioccupato da installazioni artigianali, soprattutto legate alla produzione ceramica; il tessuto urbano si restrinse, ma una ripresa delle attività è attestata fino al primo quarto del VII secolo, quando l'abitato fu definitivamente abbandonato.[39][35]
Abbandono e riscoperta
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Dopo l'abbandono del centro antico fra tarda antichità e alto medioevo, il ricordo dell'ubicazione del santuario si attenuò.[40] Dal Medioevo il sito fu occupato da un insediamento che si sviluppò gradualmente nel villaggio di Kastri, sorto in parte sopra i resti dell'antica Delfi.[41][22][40]
Nel marzo del 1436 Ciriaco d'Ancona visitò Delfi e vi si trattenne sei giorni, registrando i resti archeologici visibili con l'aiuto del testo di Pausania; alcune sue identificazioni si sono però rivelate non corrette.[22][40]
Nel XVII e XVIII secolo il sito tornò a essere frequentato da viaggiatori europei; la corretta localizzazione di Delfi fu fissata nel 1676 dall'opera di George Wheler e Jacob Spon, mentre fino al XIX secolo il santuario di Apollo rimase in gran parte occultato dal villaggio di Kastri.[41][22][40]
Scavi
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L'area del sito archeologico era occupata dal villaggio di Kastri, che dovette essere trasferito prima che si potesse intraprendere uno scavo sistematico.[42][40] Nel 1840 e nel 1860 furono eseguiti alcuni saggi preliminari; nel 1880 Bernard Haussoulier, dell'École française d'Athènes, scavò la Stoà degli Ateniesi.[42]
Nell'ottobre del 1892, sotto la direzione di Théophile Homolle e della Scuola archeologica francese, iniziò la cosiddetta Grande Fouille ("Grande Scavo"), preceduta dall'espropriazione e dalla demolizione delle case di Kastri e dall'installazione di una piccola ferrovia per la rimozione dei detriti.[42] Lo scavo mise in luce i principali edifici e monumenti del santuario di Apollo e di quello di Atena Pronaia, insieme a numerose iscrizioni, sculture e altri reperti.[42][40] La Grande Fouille proseguì fino al 1903; in seguito il sito è stato oggetto di indagini, studi e restauri.[42][43]
Sito archeologico
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Periodo arcaico
Periodo classico
Periodo ellenistico
Periodo romano
1. Tempio di Apollo 2. Altare di Apollo (Altare di Chio) 3. Halos 4. Bouleuterion 5. Pritaneo 6. Teatro 7. Santuario di Dioniso 8. Santuario di Gea 9. Santuario di Neottolemo 10. Lesche degli Cnidi 11. Stoà degli Ateniesi 12. Stoà di Attalo 13. Stoà degli Etoli 14. Tesoro degli Ateniesi 15. Tesoro dei Sifni 16. Tesoro di Sicione 17. Tesoro degli Eoli 18. Tesoro dei Beoti 19. Tesoro degli Cnidi 20. Tesoro di Corinto 21. Tesoro di Cirene 22. Tesoro dei Megaresi 23. Tesoro della Potidea 24. Tesoro dei Tebani 25. Roccia della Sibilla Delfica 26. Colonna di Prusia II e altare votivo di Siracusa 27. Colonna di Emilio Paolo 28. Colonna di Naxos 29. Colonna serpentina di Platea 30. Daochos votivo o monumento dei Tessali 31. Monumento di Krateros 32. Carro di Rodi 33. Esedra dei re di Argo 34. Esedra degli Epigoni 35. Altare votivo di Taras 36. Altari votivi di Atene, Arcadia, Argo e Sparta 37. Toro di Corcira 38. Muro del Temenos 39. Agorà romana 40. Via sacra 41. Sentiero per lo Stadio
Il complesso archeologico si sviluppa lungo la cosiddetta Via Sacra, la strada di accesso al santuario di Apollo, che dalla fonte Castalia risale il pendio fino al tempio.[5][15][44] La denominazione "Via Sacra" è moderna, ma d'uso corrente negli studi e nelle descrizioni del santuario.[45]
Nel settore inferiore del santuario, accanto alla via d'accesso, si trovano edifici e strutture di età ellenistica, romana e tardoantica, fra cui l'Agorà romana.[22][46]
Lungo il percorso si conservano i resti dei thesauroi votivi delle città greche, per lo più ridotti alle fondazioni; fra i monumenti meglio conservati e più studiati figurano il Tesoro dei Sifni e il Tesoro degli Ateniesi.[22][5][47][48]
Il Tesoro dei Sifni, databile al 530-525 a.C., era un edificio ionico distilo in antis con due cariatidi al posto delle colonne del vestibolo, ornato da un ricco fregio scolpito.[49][47]
Il Tesoro degli Ateniesi, ricostruito fra il 1903 e il 1906, è uno dei monumenti più noti del santuario; la tradizione antica lo collegava alla vittoria di Atene nella battaglia di Maratona.[50][48]
Nella parte più alta del sito si trova lo Stadio di Delfi, fra i meglio conservati della Grecia antica. La costruzione risale alla seconda metà del IV secolo a.C. o poco dopo la vittoria sui Galati; la sua storia è articolata in almeno quattro fasi, e l'assetto attualmente visibile, con la sistemazione in pietra degli spalti, risulta dagli interventi di età romana: Pausania riferisce a un benefattore come Erode Attico il rivestimento delle gradinate, che la ricerca moderna ha tuttavia riconosciuto in calcare e non in marmo.[51][52]
- Valle di Delfi.
- Il Muro Poligonale.
- Lo stadio.
- Il Tesoro dei Sifni.
- Loggiato di negozi.
Tempio di Apollo
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Al centro del santuario sorgeva il tempio di Apollo.[17]
I resti visibili appartengono soprattutto al tempio dorico periptero del IV secolo a.C., ricostruito dopo il terremoto del 373-372 a.C.; il tempio arcaico precedente, promosso sotto gli Alcmeonidi, era stato completato nel 510 a.C.[17][53]
Il tempio era il centro del culto delfico e dell'attività oracolare. Nella cella si trovavano la statua del dio e l'onfalo, mentre nel pronao erano collocate le massime delfiche, fra cui il celebre motto "conosci te stesso" (ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ, gnōthi seautón), insieme al cosiddetto "E delfico", a cui Plutarco dedicò il trattato De E apud Delphos, unica fonte letteraria antica per l'iscrizione.[17][54][55]
A sostegno della terrazza del tempio alcmeonide fu costruito il Muro Poligonale, sul quale in seguito furono incisi numerosi atti di affrancamento; davanti ad esso sorse più tardi la Stoà degli Ateniesi.[56][57]
A monte del tempio si trovano il teatro, scavato nel pendio, e più in alto lo stadio.[17]
Santuario di Atena Pronaia
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Il santuario di Atena Pronaia si trova nella zona della Marmaria, a sud-est del santuario di Apollo, ed è il primo grande nucleo monumentale per chi giungeva a Delfi da oriente. Il complesso comprendeva i templi di Atena, la tholos, almeno due tesori e, nelle immediate vicinanze, il ginnasio.[5][58]
Il tempio di Atena Pronaia ebbe tre principali fasi edilizie: due edifici in poros del VII e del VI secolo a.C. e un terzo tempio del IV secolo a.C. in calcare, prostilo in antis con sei colonne sulla facciata.[59][60]
Il monumento più noto del santuario è la tholos, edificio circolare costruito fra il 380 e il 370 a.C. e attribuito dall'antichità a Teodoro di Focea; la sua funzione resta incerta.[61][62]
Museo
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Il Museo archeologico di Delfi fu inaugurato nel 1903 per ospitare i reperti emersi dalla Grande Fouille; una nuova sistemazione fu realizzata fra il 1935 e il 1938, mentre l'allestimento aperto al pubblico fu inaugurato nel 1961.[63][64]
Il museo raccoglie i reperti provenienti dal santuario di Apollo, dal santuario di Atena Pronaia e dall'area di Delfi.[65] Fra le opere più note figurano la Sfinge dei Nassi, in origine posta in cima a una colonna votiva, l'auriga di Delfi, l'onfalo, la statua di Agias e quella di Antinoo.[66][67][68][13][69]
Il museo conserva inoltre numerose offerte votive — elmi, armi, vasi, monete, statuette, gioielli — riferibili alle diverse fasi del santuario.[69] Sono esposti i due kouroi arcaici tradizionalmente identificati con Cleobi e Bitone oppure, secondo un'altra interpretazione, con i Dioscuri: la dedica li collega allo scultore argivo Polimede e li data intorno al 580 a.C.[69]
Particolare rilievo hanno i due inni ad Apollo incisi sul muro meridionale del Tesoro degli Ateniesi, composti in occasione della processione rituale ateniese verso Delfi del 128 a.C. e corredati da notazione musicale: sono fra le principali testimonianze per la conoscenza della musica greca antica.[69] Dal santuario provengono anche frammenti di statue crisoelefantine in oro e avorio, riferibili a un gruppo con Apollo, Artemide e Latona e databili alla metà del VI secolo a.C.; l'identificazione con le offerte di Creso resta discussa.[69]
Agoni e feste
[modifica | modifica wikitesto]Giochi pitici
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I Giochi pitici erano uno dei quattro Giochi panellenici dell'antica Grecia e si disputavano presso il santuario di Apollo a Delfi.[7][70][27] Erano celebrati in onore di Apollo, nel quadro del mito della vittoria del dio su Pitone.[71][72] A differenza dei Giochi olimpici, i Giochi pitici comprendevano fin dall'antichità una forte componente musicale, cui in seguito si aggiunsero gare ginniche e ippiche.[70][72][73] Le fonti antiche ricordavano una fase più antica del concorso, in origine solo musicale; la forma storica dei Giochi pitici fu istituita nel 582 a.C. come concorso quadriennale con corona come premio.[70][72]
I Giochi pitici si tennero fino al 393-394 d.C., quando furono proibiti dall'imperatore Teodosio.[7]
Soterie delfiche
[modifica | modifica wikitesto]Le Soterie delfiche erano le feste soteriche più note e meglio documentate del mondo greco.[74] Furono istituite in relazione alla difesa di Delfi contro l'incursione dei Galli guidati da Brenno nel 279 a.C.[74][75]
Il nome deriva dalla dedica ad Apollo, e probabilmente anche a Zeus Soter, in ringraziamento per la salvezza del santuario e della Grecia centrale.[74] Oltre agli agoni ginnici, comprendevano gare musicali, di danza e teatrali; in una prima fase furono celebrate annualmente e i vincitori ricevevano premi in denaro.[7][74]
Nel 243-242 a.C. circa gli Etoli riorganizzarono le Soterie, cercando di elevarle al livello dei Giochi pitici, che si celebravano nello stesso santuario ogni quattro anni ed erano annoverati fra i giochi panellenici.[74][7] Da allora le gare si svolsero ogni cinque anni e i vincitori ricevevano una corona d'alloro.[7]
Le Soterie ebbero particolare fama nella seconda metà del III e nella prima metà del II secolo a.C.; probabilmente cessarono nel I secolo a.C., forse in seguito al saccheggio sillano dell'86 a.C.[74][7]
Influenza culturale
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Festival delfici e iniziative culturali
[modifica | modifica wikitesto]Fra Ottocento e Novecento Delfi continuò ad attirare viaggiatori, studiosi e iniziative culturali ispirate al prestigio del santuario antico.[7][40] Nel XX secolo questo rapporto si concretizzò soprattutto nei Festival Delfici del 1927 e del 1930, promossi da Angelos Sikelianos e da Eva Palmer-Sikelianos.[76][77] I festival comprendevano rappresentazioni tragiche e gare atletiche; nel 1927 vi si aggiunse una mostra di artigianato locale.[78][79][80] Nel secondo dopoguerra il nome di Delfi è stato ripreso da istituzioni culturali moderne, fra cui il Centro culturale europeo di Delfi, fondato nel 1977.[81]
Rappresentazioni moderne
[modifica | modifica wikitesto]Dal Rinascimento, e più frequentemente fra Sei e Ottocento, Delfi entrò nell'immaginario figurativo europeo come luogo dell'antichità classica.[82][83] Prima degli scavi moderni la sua immagine dipese in larga misura da Pausania il Periegeta, dalla letteratura di viaggio e da ricostruzioni immaginarie, e le rappresentazioni più antiche non mostrano ancora il santuario in forma archeologicamente riconoscibile.[82][83] Una delle prime raffigurazioni moderne conosciute compare nel 1545, nel commento di Nicolas Gerbel alla carta della Grecia di Niccolò Sofiano, dove Delfi è resa come una città fortificata immaginaria.[84]
Fra XVII e XIX secolo le vedute del sito si fecero più aderenti alla topografia reale.[85][86] Le opere di George Wheler e Jacob Spon, poi quelle di Edward Dodwell, di Otto Magnus von Stackelberg e di Hugh William Williams definirono un repertorio visivo di lunga fortuna.[84][87]
Accanto alle vedute di viaggio, Delfi compare in opere che ne riprendono il significato simbolico. Un esempio celebre è la sibilla delfica di Michelangelo Buonarroti nella Cappella Sistina; nel Seicento il tema torna nella Veduta di Delfi con processione di Claude Lorrain, conservata nella Galleria Doria Pamphilj di Roma.[88][89] Sul finire dell'Ottocento, alle vedute di artisti e viaggiatori si affiancò la documentazione fotografica della Grande Fouille.[90]
Nella letteratura
[modifica | modifica wikitesto]Nel secondo Ottocento il tema delfico riemerge nella letteratura francese di argomento classico. Un caso notevole è L'Apollonide, dramma musicale di Charles Marie René Leconte de Lisle con musica di Franz Servais, ispirato allo Ione di Euripide: il libretto fu pubblicato autonomamente da Leconte de Lisle nel 1888, mentre la prima rappresentazione avvenne a Karlsruhe solo nel 1899, cinque anni dopo la morte del poeta.[91][92]
Nella letteratura greca moderna e contemporanea il riferimento a Delfi è ampiamente documentato. Il Centro per la lingua greca registra fra i testi più direttamente legati al santuario l'Ο Δελφικός ύμνος di Kostis Palamas, del 1894, e il Δελφικός Λόγος di Angelos Sikelianos, nucleo della sua elaborazione della "Idea delfica".[93][94][95] Alla stessa linea appartiene la poesia Δελφική εορτή di Kostas Karyotakis, collegata ai primi Festival delfici del 1927.[96][97] Nel secondo Novecento il sito compare nei due testi intitolati Δελφοί di Ghiannis Ritsos, del 1961-1962 e del 1970.[98][99] Una rielaborazione diversa compare nel romanzo La langue maternelle di Vassilis Alexakis, in cui l'enigma dell'"E di Delfi" costituisce uno dei nuclei del racconto.[100]
Note esplicative
[modifica | modifica wikitesto]Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 (EN) Archaeological Site of Delphi, su UNESCO World Heritage Centre. URL consultato il 18 aprile 2026.
- 1 2 3 4 5 Delfi, su Treccani - Dizionario di Storia. URL consultato il 18 aprile 2026.
- 1 2 3 Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 19-20
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 14-15
- 1 2 3 4 (EN) The Archaeological Site of Delphi, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 20-23
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 (EN) History of Delphi, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- 1 2 3 4 5 (EN) Sacred Wars, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Malkin, 1989, pp. 129-130
- 1 2 3 4 5 6 7 8 (EN) Mythological versions of the foundation of the Oracle, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- 1 2 Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 18-19
- 1 2 3 Bommelaer e Laroche, 1991, p. 19
- 1 2 (EN) Omphalos, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 29, 180
- 1 2 (EN) The Kastalian Spring, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, p. 82
- 1 2 3 4 5 (EN) The Temple of Apollo, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Dioniso, su Treccani. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 28-30, 179-180
- ↑ Flegias, su Treccani. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ (EN) The Beginnings of the Sanctuary, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 (EN) The historical evolution of Delphi, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 15-20
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 18-20
- ↑ Cirra, su Treccani. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 20-21
- 1 2 Bommelaer e Laroche, 1991, p. 27
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 21-22
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, p. 21
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 21-23
- 1 2 Bommelaer e Laroche, 1991, p. 22
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 22, 27
- 1 2 Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 23-24
- ↑ Pétridis, 1997, pp. 682-683
- 1 2 Pétridis, 1997, pp. 694-695
- ↑ Pétridis, 1997, pp. 683-684
- ↑ Pétridis, 1997, pp. 686-687
- ↑ Pétridis, 1997, pp. 687-688
- ↑ Pétridis, 1997, pp. 688-689
- 1 2 3 4 5 6 7 Bommelaer e Laroche, 1991, p. 46
- 1 2 Jean-François Bommelaer, Delfi, su Treccani - Il Mondo dell'Archeologia. URL consultato il 18 aprile 2026.
- 1 2 3 4 5 (EN) Excavations, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ (EN) History of the School, su École française d'Athènes. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 90-98
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, p. 98
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 90-91
- 1 2 Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 125-126
- 1 2 Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 134-135
- ↑ (EN) The Siphnian Treasury, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ (EN) The Athenian Treasury, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ (EN) The Stadium, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 216-217
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 181-182
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, p. 179
- ↑ (EN) Plutarch, On the E at Delphi, su University of Chicago. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 151-152
- ↑ (EN) The Stoa/Portico of the Athenians, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 48-49
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- ↑ Bommelaer e Laroche, 1991, pp. 48-52
- ↑ (EN) The Tholos, su Archaeological Site of Delphi. URL consultato il 18 aprile 2026.
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Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Fonti secondarie
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Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Delfi, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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- (FR) Delphes Antique, su delphes-antique.pagesperso-orange.fr, Institut National des Techniques de la Documentation (archiviato dall'url originale il 2 ottobre 2023).
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