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Modernismo buddista

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Statua del Buddha nel Japanese Tea Garden di San Francisco.

Il modernismo buddista (noto anche come buddismo moderno,[1] buddismo modernista,[2] neo-buddismo,[3] e buddismo protestante[4]) è un movimento spirituale basato su reinterpretazioni del buddismo in epoca moderna.[5] David McMahan afferma che il modernismo nel buddismo è simile a quelli riscontrabili in altre religioni. Le fonti di influenza sono l'interesse delle comunità e degli insegnanti buddisti per le culture e metodologie moderne come il monoteismo occidentale, il razionalismo, il naturalismo scientifico e l'espressivismo romantico.[6] L'influenza del monoteismo è stata l'assimilazione degli dèi buddisti per renderlo accettabile nella moderna società occidentale,[7] mentre il naturalismo scientifico e il romanticismo hanno influenzato l'enfasi sulla vita attuale, la difesa empirica, la ragione, i benefici psicologici e per la salute.[8]

Esempi di movimenti e tradizioni del modernismo buddista includono il buddismo umanistico, il buddismo secolare, il buddismo impegnato, il Navayana, le nuove organizzazioni laiche del buddismo Nichiren (es. Soka Gakkai), il movimento Vipassana e il buddismo Won Si vedano anche la psicologia buddista e pratiche psicologiche di derivazione buddista come la mindfulness.

Caratteristiche

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I movimenti neo-buddisti differiscono nelle loro dottrine e pratiche dalle tradizioni buddhiste storiche e tradizionali Theravada, Mahayana e Vajrayana. Co-creazione di orientalisti occidentali e buddhisti asiatici riformisti, il modernismo buddista è una riformulazione dei concetti buddhisti che ha de-enfatizzato le dottrine buddhiste tradizionali, la cosmologia, i rituali, il monachesimo, la gerarchia clericale e il culto delle icone.[9]

Il modernismo buddista emerse tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, in epoca coloniale, come co-creazione di orientalisti occidentali e buddhisti riformisti.[9][10][11] Il termine entrò in voga durante gli studi sulle religioni asiatiche dell'era coloniale e post-coloniale, e si ritrova in fonti come l'articolo del 1910 di Louis de La Vallée-Poussin.[12] Si appropriò di elementi della filosofia occidentale, di intuizioni psicologiche e di temi sempre più percepiti come laici e appropriati. De-enfatizzò o negò elementi rituali, cosmologia, divinità, icone, rinascita, karma, monachesimo, gerarchia clericale e altri concetti buddhisti. Invece, il buddhismo modernista ha enfatizzato l'esplorazione interiore, la meditazione, l'impegno sociale, la democrazia, la soddisfazione nella vita presente e temi più astratti come l'interdipendenza cosmica e l'eterno divenire.[9] Alcuni sostenitori del modernismo buddista affermano che le loro nuove interpretazioni siano insegnamenti originali del Buddha e affermano che le dottrine fondamentali e le pratiche tradizionali presenti nel buddhismo Theravada, Mahayana e Vajrayana sono aggiunte estranee interpolate e introdotte dopo la morte del Buddha. Secondo McMahan, il Buddismo nella forma che si trova oggi in Occidente è stato profondamente influenzato da questo modernismo.[9][10]

Le tradizioni buddiste moderniste sono ricostruzioni e riformulazioni con enfasi sulla razionalità, la meditazione e la compatibilità con la scienza moderna su corpo e mente.[13] Nelle presentazioni moderniste, le pratiche buddiste Theravada, Mahayana e Vajrayana sono "detradizionalizzate", in quanto spesso presentate in modo tale da occultare la loro costruzione storica. Invece, le tradizioni buddiste moderniste spesso impiegano una descrizione essenzializzata della loro tradizione, in cui i principi chiave sono riformulati in termini universali.[9][14][15]

  1. Lopez, 2002, p. 10
  2. Prebish e Baumann, 2002
  3. H. L. Seneviratne, The Work of Kings, University of Chicago Press, 1999, pp. 25–27, ISBN 978-0-226-74866-5.
  4. (EN) David L. McMahan, Buddhist Modernism (XML), su Oxford Bibliographies, March 30, 2015. URL consultato il 13 ottobre 2024.
  5. McMahan, 2008, p. 5–7, 32–33, 43–52
  6. McMahan, 2008, p. 6-10
  7. McMahan, 2008, p. 54
  8. McMahan, 2008, p. 63-68, 85-99, 114–116, 177, 250-251
  9. 1 2 3 4 5 David L. McMahan, Buddhist Modernism, in Buddhism, Oxford University Press, 2010, DOI:10.1093/obo/9780195393521-0041, ISBN 978-0-19-539352-1.
  10. 1 2 Donald S. Lopez, Curators of the Buddha: The Study of Buddhism Under Colonialism, University of Chicago Press, 1995, pp. 15–17, 46–47, 112–119, ISBN 978-0-226-49309-1.
  11. (DE) Heinz Bechert, Hellmuth Hecker e Duy Tu Vu, Buddhismus, Staat und Gesellschaft in den Ländern des Theravāda-Buddhismus, Metzner, 1966.
  12. Louis de la Vallee Poussin, VI. Buddhist Notes: Vedanta and Buddhism, in Journal of the Royal Asiatic Society of Great Britain & Ireland, vol. 42, n. 1, Cambridge University Press, 1910, pp. 129–140, DOI:10.1017/s0035869x00081697.
  13. J.J. Clarke, Oriental Enlightenment: The Encounter Between Asian and Western Thought, Routledge, 2002, pp. 100–104, 212–220, ISBN 978-1-134-78474-5.
  14. Stephen C. Berkwitz, Buddhism in World Cultures: Comparative Perspectives, ABC-CLIO, 2006, pp. 101–102, 179–183, 245, 268–270, ISBN 978-1-85109-782-1.
  15. Christopher W. Gowans, Buddhist Moral Philosophy: An Introduction, Routledge, 2014, pp. 18–23, 78–94, ISBN 978-1-317-65935-8.
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