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Gringo — l’Incompiuta del “dio dei manga”

Storia di un piccolo dio.

La storia di ogni forma d’arte riconosce una serie di figure demiurgiche in grado, grazie alla potenza delle proprie ambizioni, di guadagnarsi uno spazio eterno nell’immaginario collettivo. L’impatto che la figura di Osamu Tezuka ha avuto sulla storia del manga (lui che fu chiamato anche manga no kamisama, cioè “dio dei manga”) e sulla cultura nipponica è incalcolabile, così come incalcolabile è il numero degli autori che hanno tratto ispirazione dalla sua opera. Attraverso di lui, nei decenni che hanno definitivamente traghettato il Giappone nel mondo dopo secoli di isolazionismo e diffidenza, si è compiuta la inevitabile trasformazione di un medium che ancor oggi non conosce crisi. Per citare Jean-Marie Bouissou, «[il manga è] rivelatore dei cambiamenti della mentalità e della società in un paese che le vicissitudini storiche hanno costretto, nel corso degli ultimi centocinquant’anni, a trasformarsi molto più profondamente e rapidamente di quanto non sia avvenuto nelle nazioni occidentali».

Osamu Tezuka.

Manga è una parola che tutti noi abbiamo sentito almeno una volta. Molti di noi la utilizzano quotidianamente o quasi. Il suo significato letterale sarebbe, grosso modo, “immagini disimpegnate” o “immagini derisorie”, e in questo senso fu utilizzata dal pittore Hokusai Katsushika, nel 1815 circa, come titolo per una raccolta di disegni satirici. Col tempo il termine passò a indicare il fumetto nipponico in generale, che sotto l’influenza delle strips umoristiche d’importazione era caratterizzato da una evidente semplicità grafica e narrativa. Nel 1862 nasce a Yokohama The Japan Punch, rivista satirica fondata dall’inglese Charles Wirgman. Del 1914 è la prima rivista dedicata interamente ai fumetti, la mitica Shonen Club che nel 1931 ospitò il primo fumetto interamente giapponese: Norakuro. Nel corso degli anni nasceranno e si svilupperanno numerosissime riviste dedicate ai fumetti, la maggior parte delle quali nel territorio di Tokyo.

il dio dei manga all’opera.

Nel 1931 Osamu Tezuka, originario di Tokoyana, aveva circa tre anni di vita e non possiamo sapere se avesse già in mente di diventare una figura cruciale della storia del fumetto. Quel che sappiamo per certo è che in lui il talento artistico, fortemente incoraggiato da genitori di larghissime vedute, si manifesta fin dalla più tenera età. Discendente di un famoso samurai, agnostico e appassionato di insetti, a 14 anni la sua immaginazione è segnata per sempre alla visione del capolavoro Disney “Bambi”; nello stesso periodo viene colpito da una micosi alle braccia tanto grave da mettere a repentaglio la sua possibilità di disegnare. La traumatica esperienza si conclude felicemente e lo convince a diventare medico. A diciassette anni realizza il suo primo manga e nel 1946 si iscrive alla facoltà di Medicina dell’Università di Osaka. Non eserciterà mai la professione, ma è indubbio l’impatto che lo studio della medicina ha avuto sulla sua cultura e sulla sua sensibilità artistica. L’anno seguente pubblica La nuova Isola del Tesoro, storia di tale successo da consegnarlo ad una precoce notorietà e da spingere futuri autori seminali come Kazuo Umezu a intraprendere la carriera fumettistica. In contrasto con la notevole staticità che caratterizzava i manga dell’epoca, Tezuka utilizza inquadrature di taglio cinematografico e pose mutuate dal teatro kabuki; i volti dei suoi personaggi sono caratterizzati da grande espressività, anche grazie ai famosi “occhioni” alla Bambi che hanno tale successo da divenire un tratto distintivo del medium. Tezuka crea inoltre in questa prima fase tavole “spoglie” e poco dettagliate, facilmente leggibili in pochi secondi dallo spettatore (la cosiddetta “tavola perfetta”) fa largo uso di distorsioni grafiche come i prefissi (le celebri goccioline di sudore) e le suppletion e utilizza con generosità riferimenti metanarrativi e rotture della quarta parete: tutti espedienti che aumentano la carica comica e favoriscono l’empatia e l’immersione del lettore all’interno della vicenda narrata.

Osamu Tezuka all’apice della notorietà.

Nelle sue opere successive (Lost World — Zenseiki, Metropolis, Kitaru beki sekai) Tezuka va via sgrezzando e migliorando il proprio stile finché nei primi anni ’50 sforna due dei successi che lo consegneranno ad una fama planetaria ed eterna: Jungle Taitei, conosciuto come Kimba il leone bianco, e Tetsuwan Atom, più noto come Astro Boy. Con queste due opere ha ufficialmente inizio lo “story manga”. Da questo momento in poi il fumetto giapponese sarà caratterizzato da trame più articolate e non sarà più concepito come una forma di narrazione esclusivamente satirico/umoristica. Con La principessa Zaffiro Tezuka dà vita allo shojo moderno mentre con Hi no Tori (“La Fenice”) ha inizio uno dei suoi progetti più ambiziosi, progetto trentennale che purtroppo al pari di molti altri resterà incompiuto a causa della sua prematura scomparsa. Definito da lui stesso “l’opera della vita” La Fenice si propone, con un respiro da kolossal cinematografico, di raccontare la storia dell’umanità. Mentre Tezuka divide le proprie energie tra fumetto e animazione hanno luogo gli esordi dei primi giovani mangaka ispirati dall’opera di Tezuka. Anche grazie all’opera di Osamu e al suo prodigioso successo, le riviste manga con sede a Tokyo si sviluppano sempre più. Si diffonde un gusto. Nascono anche i suoi primi “avversari”.

Le due anime di Osamu Tezuka.

Yoshihiro Tatsumi nasce a Osaka nel 1935 e si è guadagnato un posto d’onore nella storia del fumetto come iniziatore del genere conosciuto come gekiga, termine da lui coniato nel 1957. In contrapposizione ai manga, cioè alle “immagini disimpegnate”, Tatsumi propone le sue gekiga, cioè “immagini impegnate”. I primi fumetti nipponici per adulti nascono e si svilupparono lontano da Tokyo e dal crescente potere contrattuale di Tezuka, proprio a Osaka, seconda città del Giappone. Il fumetto nipponico è pronto per un ulteriore balzo evolutivo. Accanto a shonen e shojo sta nascendo il seinen, una tipologia di fumetto a metà strada fra la graphic novel autoriale e il fumetto più spiccatamente rivolto ai ragazzini. Ironicamente, a seguito del grande successo delle opere sperimentali di Osaka, lo stesso Tezuka comincerà a fare uso degli stilemi del gekiga e questo nuovo modo di intendere il fumetto finirà inglobato saldamente nel mercato editoriale nipponico, dando inizio alla cosiddetta Età dell’Oro del manga. Ancor più ironicamente, Tatsumi riceverà nel 2009 il Premio culturale Osamu Tezuka per la sua autobiografia, intitolata A Drifting Life.

L’ambiguità dell’amore, la brama del possesso carnale, la superiore missione della medicina, la mutazione del corpo (che a volte sfocia nel body horror), la società che evolve, l’ipocrisia dei mass media sono tutti temi che diverranno cruciali nella fase finale della sua produzione. Sono di questi anni le opere più adulte di Tezuka, fra i quali serie come Buddha, il capolavoro Kirihito (il dramma umano di un giovane medico oggetto di invidie e odȋ professionali che contrae una malattia che lo allontanerà per sempre dal consesso umano), Ayako, Black Jack (la storia di un medico senza licenza, apparentemente cinico ma in realtà coraggioso e generoso), nonché imponenti graphic novel come La cronaca degli insetti umani o Gringo, l’opera di cui ci apprestiamo a parlare.

Gringo, l’Incompiuta di Osamu Tezuka.

Gli anni del dopoguerra, per il Giappone, sono gli anni del miracolo economico, il cosiddetto kodo keizai seicho. Dovuta all’assistenza da parte dei paesi occidentali, alla relativa abbondanza di risorse, alla presenza di un governo stabile e allo smantellamento (anch’esso relativo) delle zaibatsu, cioè delle corporazioni familiari che gestivano la politica economica nipponica con una struttura gerarchica di tipo verticale, la straordinaria crescita economica che il Giappone visse fra gli anni ’50 e ’70 ha pochi precedenti nella storia del mondo. Nel 1973 il Giappone era già la terza potenza economica del mondo, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica. Il suo PIL era secondo solo a quello americano. Tra il 1955 e il 1975 il commercio marittimo aumentò di cinque volte, la produzione di acciaio di tredici volte, quella delle automobili di 139 volte. Il suo livello di crescita era superiore a quello di qualunque paese industrializzato. Le campagne si svuotarono. Più del 70 per cento della popolazione si riversò nei centri urbani. Nacquero le megalopoli giapponesi, prima fra tutte Tokyo, che si sviluppò vertiginosamente giungendo a ospitare 8 milioni di abitanti. Il “made in Japan” divenne sinonimo di qualità. A causa dei livelli crescenti di smog nell’aria (e mercurio nelle acque, causa della temibile Malattia di Minamata), il Giappone divenne anche la prima nazione al mondo a emanare leggi sul controllo dell’inquinamento. Anche se in seguito, a causa di varie crisi energetiche, politiche ed economiche, il kodo keizai seicho subì una notevole battuta d’arresto, negli anni ’80 il paese era ormai del tutto irriconoscibile rispetto a un secolo prima.

La copertina della splendida riedizione di “Gringo”.

È difficile immaginare come videro questa spaventosa mutazione socio-economica coloro i quali avevano vissuto la corruzione degli anni ’20, la Guerra del Pacifico e la successiva dominazione anglo-americana, con tutte le sue luci e ombre. Ma un’idea possiamo farcela leggendo Gringo, l’ultimo capolavoro di Osamu Tezuka. Pubblicata fra il 1987 e il 1989 sulle pagine di Big Comics e rimasta incompiuta a causa della prematura scomparsa del suo autore, l’opera è stata portata in Italia da Hikari in una edizione di pregio. Gringo narra le avventurose vicissitudini di Hitoshi Himoto, impiegato della trading company Edo Shoji che viene assegnato all’ufficio che la ditta ha recentemente aperto nell’immaginario stato sudamericano di Kanivaria (nome che può essere traslitterato anche in “Cannibalia”). Compiaciuto dalla promozione, che rappresenta una grande opportunità, Hitoshi vi si trasferisce con famiglia al seguito, composta da sua moglie Elen, una bella donna di origini francesi, e la loro figlioletta. Hitoshi Himoto ci appare come un uomo freddo, devoto ai capi e opportunista, oppresso dall’impressione che chi lo circonda ricava dalla sua bassa statura. Ma sotto questa scorza dura l’uomo nasconde un animo caloroso. Affettuoso con la propria famiglia, appassionato delle tradizioni del suo popolo, prima fra tutte il sumo, suo antico amore (nel quale non riuscì a emergere a causa della propria altezza), Hitoshi finisce rapidamente vittima di un complotto in seguito al quale è sostituito e inviato a occuparsi della sede di Esecarta, nella immaginaria Repubblica di Santa Luna. La sua situazione attuale è molto meno allettante della precedente: se Kanivaria era un paese stabile e tutto sommato ricco, dove veniva entro certi limiti trattato con il rispetto dovuto al suo rango e al suo status di uomo giapponese, Santa Luna è un inferno di instabilità politica, guerriglia e scarse risorse, dove il razzismo nei confronti di Hitoshi giunge al massimo della propria virulenza. Isolato in una cortina di diffidenza, straniero ovunque vada (la parola “gringo”, con la quale viene appellato, indica proprio lo “straniero”), finisce con lo stabilire uno strano legame con l’ambiguo Onigasoto, uomo che la compagnia Edo gli ha affidato come autista e tuttofare, e con Miho, la moglie del rivoluzionario José Garcìa.

Uno stile sempre riconoscibile.

Per avere la certezza di sfruttare un importante giacimento, Hitoshi si compromette con l’esercito rivoluzionario, di cui un tempo Onigasoto faceva parte. Mentre tutto precipita, Hitoshi, la sua famiglia e i suoi nuovi alleati si addentrano nella foresta e cercando di raggiungere il confine colombiano si imbattono in uno strano villaggio, i cui abitanti (dei giapponesi giunti lì chissà come) sembrano vivere in una bolla temporale. Da qui in poi gli eventi precipitano verso un finale che la malattia di Tezuka ha lasciato eternamente sospeso nel proprio momento di massima tensione.

Gringo è opera unica nello sterminato campo di Tezuka. Caratterizzata da un estremo realismo narrativo (è forse l’unica sua opera a mancare quasi del tutto di prefissi, suppletion, sfondamenti della quarta parete e in generale di qualunque aspetto umoristico con cui il manga no kamisama amava condire le sue storie) è al tempo stesso un prodotto estremamente allegorico. Hitoshi Himoto, forse ispirato al “colletto bianco” Nobuyuki Wakaoji, rapito nelle Filippine nel 1986 e rilasciato dopo ben quattro mesi di prigionia, è l’emblema stesso del kodo keizai seicho, anzi, poiché il suo nome si scrive con gli ideogrammi di Giappone (日本) e Uomo (人) e lavora per un’azienda che si chiama Edo (antico nome di Tokyo) rappresenta in realtà l’intero Giappone, il Giappone contemporaneo in rapporto ai tempi antichi, il Giappone moderno in rapporto al resto del mondo. Tutta l’ultima parte della storia, ambientata in un villaggetto perduto in una foresta al confine con la Colombia i cui abitanti sono esuli giapponesi che vivono ancora come nell’ottocento, è intrisa della frustrazione di Hitoshi nel far comprendere ai suoi nuovi concittadini che il mondo sta cambiando, che la cultura nipponica deve evolvere, non per questo tradendo sé stessa e le proprie tradizioni (rappresentate emblematicamente dal sumo, sport nazionale del Giappone).

E proprio il sumo, elemento più volte presentato in chiave quasi grottesca, sul filo della parodia, è centrale per un discorso tipico della maturità tezukiana. Come tutte le opere della sua ultima fase, infatti, al pari di Kirihito, Ayako, I.L, Diletta, Gringo appare fortemente centrato sul tema del corpo: il corpo di Hitoshi, che viene dileggiato per la propria statura, un corpo che tradisce le proprie origini, che non sono benviste nei territori in cui si troverà a vagare, vittima di preconcetti e antipatie, ma anche un corpo dotato di una forza sovrumana, che lo aiuterà a trarsi fuori dai complotti orditi dai suoi nemici. Gringo è quindi un’opera immensa, titanica.

Se la graphic novel, per respiro e ambizione, è il corrispondente fumettistico del romanzo, Gringo è il corrispondente manga del romanzo massimalista, una “graphic novel massimalista”. La sua notevole ampiezza, sia banalmente in termini di tavole sia in termini di vissuto narrativo, le consente di affrontare temi di attualità bruciante e di profondità inesplorata. Tezuka scrive e disegna il suo capolavoro con la frenesia di chi volesse far entrare il mondo intero nelle proprie pagine. Tezuka trascina il disordine centrifugo del Giappone, che non è che una versione ipervelocizzata del disordine che alberga in tutto l’universo, all’interno della sua opera, e per farlo necessita di moltissimo spazio. Tezuka impiega moltissime pagine per giungere all’evento di svolta della narrazione e a quel punto, per cause di forza maggiore, non arriva a concludere la storia.

Gringo non è né l’unica storia di Tezuka né l’unica opera massimalista a restare incompiuta. Tuttavia, il non avere un finale compiuto non esime questa graphic novel dall’essere un capolavoro. Al contrario, il finale aperto si addice molto all’ambizione di contenere un intero mondo di esperienze e riflessioni. In più, l’edizione Hikari si conclude con una lettera di Tezuka che ci rivela a grandi linee la conclusione della vicenda, di cui qui preferiamo ovviamente non parlare, ma che si sposa perfettamente con tutto il tono allegorico della vicenda umana di Hitoshi. Gringo, l’ultimo capolavoro, l’Incompiuta di Tezuka, è un asciutto e complesso ragionamento sul Giappone passato e i suoi fantasmi, sul Giappone odierno e i suoi demoni.

Prolificissimo, Tezuka continuò a disegnare fino al giorno della sua morte, avvenuta il 9 febbraio 1989 a causa di un cancro allo stomaco. Le sue ultime parole furono «Vi prego, lasciatemi lavorare!» Nonostante il suo agnosticismo, Osamu è seppellito nel cimitero del tempio Souzenji a Tokyo. Si conclude così l’esperienza umana di Osamu Tezuka, che già i suoi contemporanei chiamavano “kamisama”. Convinto sostenitore della necessità di crearsi un proprio stile personale fu compositore e scompositore del fumetto nipponico e nella sua pur breve carriera artistica seppe reinventarsi senza mai subire il successo ma sempre sperimentando nuovi linguaggi e nuove idee. Implacabile, Osamu “kamisama” Tezuka si fece costruttore e decostruttore del proprio medium. In poche opere questa tensione è evidente come in Gringo.

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