SIA Mod. 1918
| Mitragliatrice SIA Mod. 1918 | |
|---|---|
| Tipo | mitragliatrice leggera |
| Origine | |
| Impiego | |
| Utilizzatori | Italia |
| Conflitti | prima guerra mondiale |
| Produzione | |
| Progettista | col. Abiel Bethel Revelli |
| Costruttore | Società Italiana Aviazione |
| Date di produzione | 1918-1923 |
| Numero prodotto | 18.000 |
| Descrizione | |
| Peso | 16,3 kg (scarica) completa di sostegno |
| Lunghezza | 1160 mm |
| Lunghezza canna | 660 mm |
| Calibro | 6,5 mm |
| Tipo munizioni | 6,5 mm Manlicher-Carcano |
| Azionamento | massa battente |
| Cadenza di tiro | 500-700 colpi/min |
| Velocità alla volata | ~700 m/s |
| Tiro utile | utile ~800-900 m
massima ~3000 m |
| Alimentazione | caricatore bifilare a scatola da 50 colpi |
| Organi di mira | metallica con alzo fino a 1000 m |
| Raffreddamento | ad aria |
| Sviluppi successivi | SIA Mod. 1938 |
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La SIA Mod. 1918 è stata la prima mitragliatrice leggera italiana raffreddata ad aria. Sviluppata alla fine della prima guerra mondiale, vide impiego in numero limitato negli ultimi mesi del conflitto e fu prevista come sostituta della primitiva pistola mitragliatrice Villar Perosa nell'ipotesi dell'eventuale proseguimento delle ostilità.
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Nell'aprile del 1916, con la comparsa sul fronte italiano di piccole unità equipaggiate di pistole mitragliatrici Villar Perosa si posero le basi di nuove tattiche di combattimento volte a rompere gli schemi di una estenuante "guerra di posizione" che non sembrava aver fine, e che si mostravano idonee ad essere adottate dai neonati Reparti d'Assalto. La Villar Perosa risultò essere certamente innovativa, ma comunque non scevra da difetti, in particolare per il munizionamento e l'ergonomia, frutto di una concezione primitiva del concetto di mitragliatrice leggera.
Nel gennaio 1918 fu lo stesso colonnello Abiel Bethel Revelli di Beaumont - padre della Villar Perosa - a proporre alla Commissione Esaminatrice del REI un prototipo di mitragliatrice leggera calibro 6,5 × 52 mm Mannlicher-Carcano raffreddata ad aria. Il primo modello proposto non fu però accettato e furono consigliate una serie di modifiche volte all'accorciamento della canna, della parte posteriore del treppiede e all'adozione di un'impugnatura adeguata al fuoco in posizione distesa. L'arma successiva, elaborata accogliendo le modifiche consigliate, fu ritenuta idonea e posta in produzione dal Luglio 1918[1] con il nome di SIA, acronimo composto dalle iniziali della ditta costruttrice, ovvero la Società Italiana Aviazione di Torino. È interessante notare come, nonostante fossero stati compiuti sforzi nel tentativo di derivare dalla Villar Perosa un modello efficiente di pistola mitragliatrice, il più importante dei quali culminato nel Beretta MAB 18, il Regio Esercito decise di dare maggiore priorità alla nuova creazione del colonnello Revelli.
Impiego operativo
[modifica | modifica wikitesto]Come per la Villar Perosa, la SIA fu destinata soprattutto ad armare piccole unità di combattimento per azioni di sorpresa, ma trovò anche impiego come mitragliatrice aeronautica, in formula binata e priva di radiatore.
Il piano di distribuzione originario prevedeva di dotare ogni compagnia di 8 mitragliatrici SIA (2 per ogni plotone), per un totale di circa 18000 esemplari: in una prima fase si sarebbero fornite le sole armi necessarie a sostituire le pistole mitragliatrici Villar Perosa, mentre una seconda ne avrebbe completato l'organico.[1] Nonostante alcune foto dei giornali d'epoca mostrino unità del Regio Esercito in esercitazione con la Sia mod. 18, molti autori ritengono la distribuzione effettiva ai reparti di prima linea durante il conflitto come incerta.
Fu sicuramente impiegata nel dopoguerra come arma in dotazione ai Battaglioni nuovo tipo e, per la gran parte degli anni '20, a tutti i Battaglioni armi leggere.
I battaglioni armi leggere erano composti da 1 compagnia armi pesanti e 3 compagnie di armi leggere, a loro volta formate da due plotoni di combattimento, con due squadre armi leggere, ognuna dotata di una mitragliatrice. La sezione mitragliatrici della squadra armi leggere era comandata da un Capo mitragliatrice leggera (graduato, dotato di cassetta con materiali di ricambio), servita da un porta arma, e seguita da 4 serventi porta munizioni.[2]
L'arma, gradualmente rimpiazzata dalle varie mitragliatrici leggere sperimentate negli anni '20 (Fiat Mod. 24, 26, 28 e Breda 5, 5C, 5G, 29), venne definitivamente radiata dalle squadre di fanteria di prima linea dopo l'adozione e la distribuzione della Mitragliatrice leggera (poi Fucile Mitragliatore) Breda mod. 30.
La Sia Mod. 18 continuò ad essere impiegata in ruoli secondari o di addestramento almeno sino all'estate del 1943, quando si trova distribuita nelle retrovie ai battaglioni territoriali, a quelli costieri ed alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.[3] Ne va ricordato infine l'impiego come arma primaria in alcune versioni del carro armato leggero Fiat 3000, oltre che nel ruolo di mitragliatrice aeronautica già citato.
Tecnica
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La SIA è una mitragliatrice leggera funzionante con sistema di chiusura labile ritardata, lunga 1160 mm (compresivi dello spegnifiamma) e del peso, in assenza di sostegno, di 10,7 kg.
La canna, realizzata in acciaio nichel-cromo, lunga 660 mm e del peso di 4,75 kg, presenta un passo elicoidale di 216 mm ed è raffreddata da un radiatore costituito da 52 rosette circolari in alluminio, compresse da un anello di bloccaggio; il sistema di raffreddamento così composto garantisce una raffica massima di 200 colpi.
Il caricatore scatolare ricurvo è di tipo bifilare ed è stampato in lamiera d'acciaio: ha una capacità di 50 cartucce calibro 6,5 mm Manlicher-Carcano e pieno pesa circa 2 kg; esso viene inserito sulla parte superiore del castello, con lo svantaggio evidente di aumentare significativamente l'ingombro trasversale, prima essenziale, dell'arma e rendendo quindi la posizione del mitragliere più facilmente individuabile dal nemico: in effetti questa fu una delle principali critiche rivolte al sistema di alimentazione, tra l'altro particolarmente delicato e primaria causa di inceppamenti. In generale l'affidabilità dell'arma si dimostrò insufficiente: a titolo d'esempio citiamo una relazione datata 1922 redatta dal colonnello C. Buonoscontro, in cui si legge che «l'arma non tardò a manifestare i difetti dell'affrettato studio di progettazione».
Il sistema di mira metallico è dotato di un alzo a rotazione imperniato sul lato sinistro del castello, caratterizzato da tre tacche di mira radiali corrispondenti ad altrettante differenti distanze di 300, 700 e 1000 metri.
L'impugnatura a doppia manopola, analoga a quella della Villar Perosa, è dotata di un bottone centrale per lo sparo.
L'arma è equipaggiata con un treppiede in legno rinforzato che pesa circa 5,6 kg, richiudibile per il trasporto a spalla. Il peso dell'arma scarica, comprensivo del treppiede, risulta pertanto di 16,3 kg.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra, 1988, p. 345, 376.
- ↑ Scuola allievi ufficiali di complemento del 2° corpo d'armata di Milano, Tattica, 1926.
- ↑ Filippo Cappellano, Nicola Pignato, Le Armi della Fanteria Italiana (1919-1945), Storia Militare, 2008.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Nicola Pignato, Filippo Cappellano, Le arni della fanteria italiana (1919-1945), Storia Militare, 2008
- Franco Cabrio, Uomini e mitragliatrici della Grande Guerra, vol. 2, Gino Rossato Editore, 2009.
