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Araldica

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Pagina della Hyghalmen Roll (armoriale), uno dei più ricchi stemmari rinascimentali tedeschi

L'araldica (pronunciata [aˈraldika], chiamata a volte "arte del blasone", raramente "aspilogia" o più correttamente "aspidologia") è una disciplina storico-artistica che si specializza nello studio degli stemmi, esaminandone la storia, stabilendo le regole e gli elementi fondamentali per la loro composizione, come la blasonatura, gli smalti e gli altri componenti grafici.[1]

Coloro che studiano l'araldica sono chiamati araldisti, invece coloro che disciplinano l'araldica, concedendo gli stemmi e per estensione i titoli nobiliari, sono chiamati araldi o più propriamente ufficiali araldici. In alcune nazioni, ad esempio la Scozia con la corte del Lord Lyon, re d'arme, gli araldi svolgono un ruolo ufficiale.

La disciplina occupa un ruolo significativo nella storia, essendo considerata una scienza ausiliaria di quest'ultima. Attraverso lo studio dei blasoni, l'araldica offre strumenti utili per l'analisi delle genealogie nobiliari e dinastiche, nonché per la ricostruzione delle linee di discendenza e delle relazioni di parentela.

Originariamente concepita in Occidente per rispondere a necessità pratiche nei tornei e campi di battaglia medievali, dove l'armatura rendeva i guerrieri irriconoscibili, la disciplina si è evoluta nel tempo, passando da un contesto feudale e cavalleresco a uno molto più vasto e universale: l'araldica è applicata pressoché in tutto il mondo e in ogni ambito, ad esempio l'araldica civica per gli stemmi di enti amministrativi, l'araldica nobiliare o gentilizia per la nobiltà individuale o familiare, l'araldica ecclesiastica per tutti quegli enti o individui legati alla chiesa, e l'araldica militare per le entità belliche, i reparti e le accademie militari. Anche alcune corporazioni hanno degli stemmi concessi, come ad esempio la BBC, le compagnie di livrea di Londra e storicamente le arti di Firenze.

Nel corso dei secoli, l'araldica si è intrecciata con altre discipline come la genealogia e l'architettura, ed è strettamente connessa alla vessillologia, l'arte di studiare le bandiere.

Gli stemmi, e quindi l'araldica, sono alla base di molti loghi e disegni moderni utilizzati da aziende di diversi settori, dalle società sportive alle case automobilistiche.

Vecchia versione del logo dell'Alfa Romeo, composto dalla croce di Milano e dal biscione visconteo

Ad esempio, il logo storico della casa automobilistica francese Peugeot è un leone rampante ripreso dall'emblema della Franca Contea rappresentato da un leone rampante d'oro in campo d'azzurro bigliettato d'oro. Il logo dell'Alfa Romeo richiama i simboli di Milano con la croce di rosso su campo d'argento e il biscione visconteo. Anche altre case automobilistiche fanno riferimento all'araldica del luogo di provenienza come ad esempio la Saab per la Scania, la BMW per la Baviera e la Porsche per Stoccarda e Württemberg.[2][3]

La parola italiana araldica è attestata sin dal 1697[4] e deriva, tramite l'aggettivo araldico, da araldo, termine che ha origine dal francese héraut, il quale a sua volta, tramite la forma antica hyraut, deriva dal francone antico hariward o dall'olandese antico *heriwald, forma inflessa del sostantivo *hariwald, termine composto dal sostantivo *hari ("esercito") e da *wald ("regnante, colui che regna"). In entrambe le lingue il termine significa "capo dell'esercito"[5][6][7]. Tuttavia, la parola araldo potrebbe derivare anche dal nordico herold, parola che si è poi tramutata nel latino medievale heraldus[8], per poi trasformarsi ulteriormente nel precedente francese héraut, heraut o herault[9][10].

In origine il termine "araldica" aveva un senso più ampio: definiva proprio l'attività dell'araldo, quindi la proclamazione e la conduzione dei tornei, il trasporto di messaggi tra principi ed eserciti e la direzione delle cerimonie. Per svolgere queste funzioni, l'araldo doveva essere in grado di riconoscere gli uomini dai dispositivi sui loro scudi e stendardi.[11][12]

Il termine blasonatura (la descrizione araldica di uno stemma) deriva da "blasone" che, proviene dal francese blason[13] o dal tedesco blazen, che significa letteralmente "suonare il corno", infatti il suono di tale strumento era adoperato prima degli esami araldici e delle concessioni dei titoli nobiliari.[9][14][15]

Araldica incipiente

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Raffigurazione moderna di un torneo cavalleresco medievale, in cui si possono notare gli scudi con i particolari disegni

Si definisce araldica incipiente o proto-araldica l'insieme eterogeneo di simboli e sistemi di identificazione visiva individuale o collettiva, esempio di questo sono i mon giapponesi (nello specifico il Giappone per certi aspetti aveva una società con un sistema feudale simile a quello europeo), i simboli delle dodici tribù d'Israele e i disegni utilizzati dai principi Rajput in India. Un altro tipo di proto-araldica possono essere i disegni sui vasi etruschi e nell'antica Grecia, ad esempio nell'olpe Chigi, una ceramica greca policroma, nella quale sono presenti dei guerrieri in formazione di falange con scudi decorati da simboli che sembrano identificare i combattenti, anticipando la funzione pratica dell'araldica medievale.[16][17]

Nel documento Notitia dignitatum, redatto tra la fine dell'IV secolo e l'inizio del regno dell'Imperatore romano d'Occidente Valentiniano III (425-455), non solo le legioni hanno simboli e colori distintivi, ma anche ogni reparto.[17][18] Questo tipo di araldica è diverso da quello odierna, poiché le complesse convenzioni dell'araldica odierna in origine non erano state codificate ed erano probabilmente tradizioni iconografiche relative al luogo.[19][20]

È molto probabile che l'araldica, in senso stretto, non fosse ancora in uso nel 1066, durante la battaglia di Hastings. A conferma di ciò, si può citare l'arazzo di Bayeux: gli scudi degli anglosassoni erano privi di decorazioni, mentre i normanni utilizzavano simboli ornamentali casuali e non ereditari. Inoltre, è significativo il fatto che Guglielmo il Conquistatore sollevò il suo elmo per farsi riconoscere, un gesto che sarebbe stato superfluo se avesse posseduto uno stemma identificativo.[21][22]

Origine alto-medievale, crociate e tornei cavallereschi

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Sigillo di Thomas de Beauchamp, XI conte di Warwick

L'araldica trova le sue radici nel contesto militare e molti studiosi ritengono che abbia avuto origine durante i tornei cavallereschi del Medioevo. In queste competizioni, i cavalieri, completamente coperti dalle loro armature, inclusi i volti nascosti dagli elmi chiusi, risultavano difficilmente riconoscibili per gli spettatori. Per superare questa difficoltà e distinguersi l'un l'altro, adottarono l'uso di emblemi unici e distintivi sui loro scudi. Questi simboli non solo facilitavano l'identificazione dei cavalieri in battaglia, ma divennero anche un modo per rappresentare la loro identità. La forma degli scudi utilizzati in araldica deriva direttamente dalla pratica di dipingere questi emblemi sugli scudi dei combattenti, motivo per cui i contorni araldici mantengono le forme e il nome di uno scudo.[16][19][23]

La tradizione colloca la fondazione dell'araldica alle crociate, periodo in cui i cavalieri cristiani avrebbero adottato l'usanza islamica di utilizzare colori e disegni simbolici per distinguere i combattenti. Questa pratica, applicata sugli abiti, sulle bardature dei cavalli, sugli scudi e sugli stendardi, aveva lo scopo di far riconoscere facilmente alleati e avversari sul campo di battaglia.[24][25][26]

Quest'ultima teoria, seppur plausibile, è talvolta messa in discussione da alcuni storici dell'araldica, essendo che i primi blasoni appaiono contemporaneamente in varie zone dell'Europa occidentale, tra cui l'Inghilterra, la Francia, la Germania, l'Italia settentrionale e la Svizzera, prima dei grandi contatti stabili con l'Oriente, e che la teoria sulle Crociate sia un mito romantico.[26][27][28][29] Per l'appunto Anna Comnena nell'Alessiade, al tempo della prima crociata, descrive gli scudi dei cavalieri franchi «estremamente lisci e scintillanti, con un brillante umbone di ottone fuso». Non vi è alcuna menzione di elementi sulla loro superficie che suggeriscano contrassegni personali o ereditari.[30]

Stemma concesso a Goffredo Plantageneto da Enrico I d'Inghilterra, blasonato d'azzurro, ai sei leoni d'oro, lampassati e armati di rosso, posti 3, 2, 1.

Nel 1128, il re Enrico I d'Inghilterra investì suo genero, Goffredo Plantageneto, di uno scudo blu caricato di leoni d'oro. Questo stesso scudo apparirà in seguito sulla tomba del nipote di Goffredo, Guglielmo Longespée, Conte di Salisbury. Esso aveva così acquisito un significato che gli consentì di diventare ereditario. L'investitura di Goffredo Plantageneto è generalmente considerata il primo caso noto di araldica documentata in Europa.[30]

Araldica nel tardo medioevo

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Dalla metà del XII secolo alla fine del XV secolo l'uso dell'araldica fu presente, oltre che nell'ambito militare-cavalleresco, anche in ambito artistico e nella sfragistica. Con lo sviluppo di un sistema feudale e la progressiva crescita di grandi casate nobiliari, i magnati furono indotti ad esporre stendardi e bandiere recanti i propri emblemi per identificazione, mentre nel campo di battaglia i seguaci dei signori dovevano essere in grado di riconoscere il proprio signore. In un'epoca con un diffuso analfabetismo i magnati avevano la necessità di poter autenticare i propri ordini con un sigillo chiaramente riconoscibile.[31] Oltre ciò, gli stemmi iniziarono ad essere usati, oltre che dai magnati non combattenti, anche alle donne e al clero, in particolare papa Innocenzo III (1198-1216) fu il primo pontefice ad utilizzare uno stemma.[32]

Nel corso del XIII secolo l'uso dello stemma si espande anche a comunità, ad esempio sestrieri, quartieri, corporazioni, compagnie religiose e soprattutto i liberi comuni italiani in maniera relativamente presto, adottando stemmi che seguivano le convenzioni grafiche e cromatiche dell'araldica cavalleresca.[26]

Dalla metà del XIV secolo iniziarono ad essere istituite delle autorità araldiche, poiché si riteneva necessario regolamentare il principio che solo un individuo o famiglia (quindi l'armigero) potesse utilizzare un particolare disegno araldico. I primi accenni di un diritto araldico si possono trovare nel De Insigniis et Armis, opera di Bartolo da Sassoferrato del 1350, professore all'Università di Perugia.[33][34][35] La necessità di avere una giurisprudenza araldica nasceva anche dalle controversie legate all'uso dello stesso stemma da più individui, ad esempio nella disputa legale Scrope contro Grosvenor (1385-1390), nella quale due uomini inglesi contestavano l'uso dello stesso stemma, blasonato d'azzurro, alla banda d'oro.[36] La diffusione di stemmi e l'elevato numero di controversie relative a uomini che portavano lo stesso stemma indusse Enrico V, nel 1419, a dichiarare che i combattenti privi di uno stemma durante la battaglia di Azincourt non potevano adottarne uno se non era ereditato o concesso dalla corona.[37][38]

Nel 1484, sotto il regno di Riccardo III, venne istituito il College of Arms, che riuniva tutti gli ufficiali araldici del tempo, pertanto tutte le concessioni araldiche erano promulgate dall'Istituto. Attualmente conta tre re d'armi (in inglese King of Arms), sei araldi (in inglese Heralds) e quattro persevanti (in inglese Pursuivants), tutti sotto la supervisione del Conte Maresciallo (in inglese Earl Marshal).[39][40] A partire dal regno di Enrico VIII, i Re d'Armi furono incaricati di effettuare delle visite, durante le quali viaggiavano per il paese, registrando gli stemmi portati sotto l'autorità appropriata e richiedendo a coloro che portavano stemmi senza autorizzazione di ottenere l'autorità necessaria o di cessarne l'uso. Gli stemmi portati in modo improprio dovevano essere rimossi e distrutti. La prima di queste visite ebbe inizio nel 1530, mentre l'ultima fu effettuata nel 1700, sebbene non furono rilasciate nuove richieste per effettuare visite dopo l'ascesa al trono di Guglielmo III nel 1689.[41][42] La corte del Lord Lyon in Scozia, fondata verso la fine del Medioevo, ha la facoltà di comminare multe o perfino incarcerazioni per l'abuso di uno stemma.[43]

Decadenza durante la rivoluzione francese e araldica napoleonica

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Durante la rivoluzione francese, l'araldica subì un colpo significativo: gli stemmi, ritenuti simboli di aristocrazia, tirannide e privilegio, furono distrutti o scalpellati in modo sistematico da palazzi, chiese e monumenti pubblici, spesso coperti con stucco su cui venivano tracciati simboli rivoluzionari, come fasci e berretti della libertà.[44] Questa avversione all'araldica si concluse nel 1808 con Napoleone, il quale introdusse un nuovo sistema araldico molto più geometrico e rigoroso.[45] Nonostante ciò, questo stile non sopravvisse al suo ideatore.[46]

Una simile avversione all'araldica classica si manifestò nei neonati Stati Uniti. Sebbene sia George Washington che Benjamin Franklin possedessero degli stemmi e li utilizzassero attivamente, il loro impiego fu considerato antidemocratico ed elitario. Di conseguenza, si optò per l'uso di stemmi molto diversi da quelli della tradizione araldica, noti come seals, ovvero sigilli.[46]

L'araldica dal XIX secolo fino ad oggi

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Tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo la rappresentazione naturalistica di paesaggi si è diffusa molto negli stemmi, nei quali venivano dipinti fortezze, navi, montagne o battaglie. Oltre ciò, ci fu una rappresentazione dell'acqua in modo molto più naturale laddove prima era simboleggiata da un semplice fasciato ondato d'argento e d'azzurro come ad esempio nello stemma di Oxford. Crebbe anche l’uso di campi con un motivo di mattoni, il quale è blasonato murato o muragliato.[47]

Tra le due guerre mondiali l'araldica cambiò dall'aspetto tradizionale. Nell'Unione Sovietica nacque un particolare stile, definito araldica socialista, composto perlopiù da simboli politici, falci e martelli, stelle rosse, paesaggi e fasci di spighe di grano a rappresentare il popolo operaio e contadino. Tale stile differiva radicalmente dall'araldica tradizionale, ritenuta troppo rappresentativa dell'aristocrazia, tanto che in quello stesso periodo nell'Unione Sovietica vennero proibiti anche i titoli nobiliari.[48]

Non rientrano tra gli oggetti di studio dell'araldica le bandiere e i loghi o marchi di natura commerciale o industriale: le prime, perché a esse l'araldica fornisce solo la giustificazione storica e la base concettuale di costruzione, ma poi le abbandona al momento in cui esse vengono rigidamente regolamentate da leggi e decreti che riguardano la loro esatta riproduzione e dimensione; i secondi, perché si tratta di espressioni grafiche rigide, immutabili e specificate nell'unica forma ammessa.

Per chiarire meglio il concetto, basti ricordare, per il primo caso, le discussioni sorte al momento della definizione delle esatte tonalità di colore della bandiera italiana, quando in araldica il termine verde indica genericamente qualunque tono di colore che rientri nella definizione di verde, ma senza specificare un codice cromatico univoco da utilizzare.

Nel secondo caso, si immagini cosa succederebbe se un grafico dovesse riprodurre il logo di un prodotto commerciale senza conoscerlo, ma basandosi esclusivamente su una descrizione orale ridotta all'essenziale; il suo disegno sarebbe, molto probabilmente, alquanto differente dall'originale.

L'araldica invece vuole dare la possibilità a qualunque disegnatore, quale che sia il suo stile o l'epoca e il luogo in cui vive, di produrre un oggetto grafico – il cosiddetto stemma – che contenga tutte le informazioni essenziali per corrispondere senza alcun errore alla stringata descrizione – definita blasonatura – dello stemma stesso. Se il disegno è stato eseguito secondo le regole araldiche, chiunque conosca tali regole è in grado di ricostruire l'esatta descrizione semplicemente guardando il disegno, e viceversa.[49]

La blasonatura

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Lo stesso argomento in dettaglio: Blasonatura.

Se lo scudo, accompagnato dai suoi ornamenti, è la rappresentazione grafica dello stemma, la blasonatura ne è la rappresentazione verbale.

Nata dalla pratica dei tornei, dagli araldi[50] (che daranno il loro nome all'araldica) e dalla necessità di costituire degli annuari affidabili (gli stemmari) con la doppia funzione di raccolta di identità e di deposito di elementi esclusivi, in un'epoca in cui l'illustrazione, soprattutto a colori, è un'impresa di grande impegno, la blasonatura si sviluppa in un vero linguaggio, con vocabolario e sintassi, sorprendente per rigore e precisione, che permette di descrivere rapidamente e senza ambiguità i blasoni più complessi.

Poiché l'identificazione araldica si è limitata per molto tempo ai soli elementi rappresentati sullo scudo, la blasonatura si riduce spesso a descrivere solo questo. Gli ornamenti sono diventati importanti solo più tardi, e la blasonatura completa ha avuto il compito di integrarli.

Questa impostazione concettuale deriva dall'origine stessa dell'araldica, il cui nome deriva evidentemente da araldo, cioè da colui che, basandosi esclusivamente sui colori e sui disegni presenti sullo scudo, sulla gualdrappa dei cavalli o sugli stendardi che innalzavano, aveva il compito di riconoscere a distanza i cavalieri coperti da armature metalliche, e occultati anche nel viso.

Bisogna tenere presente che l'araldica si sviluppa in un'epoca di scarsa alfabetizzazione, in cui anche chi sapeva leggere spesso lo faceva con fatica, compitando le lettere. Perciò non sarebbe stato efficace scrivere il nome o le iniziali del cavaliere sullo stemma, e anzi ciò è vietato dalle regole araldiche.

La possibilità di riconoscere il sempre crescente numero dei segni distintivi individuali – i già citati stemmi – non poteva basarsi sulla disponibilità di costosi e voluminosi stemmari, ma si fondava sulla composizione e divulgazione di descrizioni che fossero costituite dal minimo numero possibile di parole pur mantenendo l'univocità di individuazione. I vari araldi si scambiavano, quindi, le descrizioni – la blasonatura – ricorrendo tutti ad uno stesso insieme di regole capaci di fornire loro il linguaggio comune. Questo è anche il motivo per cui quella parte dell'araldica che si occupa della descrizione degli stemmi è spesso definita come l'arte del blasone.[51] Mentre si chiama araldica in senso stretto lo studio delle genealogie delle famiglie aristocratiche e dei loro titoli nobiliari.

È chiaro che i due sistemi di rappresentare uno stemma sono destinati a due pubblici diversi. La rappresentazione grafica dello stemma è comprensibile a tutta la popolazione, in gran parte analfabeta. Invece la blasonatura è diretta soprattutto a una classe di esperti, gli araldi, che non sono solo in grado di leggere, ma conoscono anche il vocabolario tecnico dell'araldica, spesso usato in francese.

Nei paesi e nelle epoche in cui lo stemma ha, o ha avuto, un effettivo valore di elemento univoco di riconoscimento delle persone o delle istituzioni, la concessione di uno stemma e la stesura della relativa blasonatura sono affidate a organi aventi valore legale e garantiti dallo Stato, allo stesso modo in cui sono garantiti dallo Stato i nomi e cognomi che hanno, per tutti, lo stesso valore univoco di riconoscimento.

Nell'Italia repubblicana, ad esempio, lo Stato non garantisce più il sistema araldico individuale e familiare in quanto lo si ritenne direttamente connesso con i titoli nobiliari, non più riconosciuti legalmente con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1º gennaio 1948). In Italia l'organo che si occupa ancora di araldica è sostanzialmente l'Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei ministri che continua a garantire l'araldica delle istituzioni civili e militari cui è stato concesso uno stemma. Un'istituzione privata, il Corpo della Nobiltà Italiana, si occupa di tutelare i diritti storici dei discendenti legittimi di coloro che erano stati insigniti in passato di un titolo nobiliare (e pertanto anche di uno stemma gentilizio, o di cittadinanza).[52] Esiste inoltre l'Istituto Nazionale del Nastro Azzurro, fondato nel 1923 dal conte Ettore Viola di Ca' Tasson (pluridecorato al valor militare, più volte deputato del Regno d'Italia e della Repubblica Italiana). Quest'ultima organizzazione, per volontà del re Vittorio Emanuele III, con regio decreto del 17 novembre 1927, è autorizzata a concedere ai decorati al V.M., e con successive modifiche ai loro discendenti e congiunti, uno stemma araldico; essa è riconosciuta con decreto del presidente della Repubblica n. 158 del 10 gennaio 1966, è oggi la quinta Associazione Combattentistica italiana.

Creazione ed evoluzione del blasone

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La creazione dei blasoni benché lasciata all'iniziativa dei loro futuri possessori, si è visto fin dall'inizio, si fornì di regole più o meno stringenti, con lo scopo di rendere l'identificazione efficace: lettura resa facile dall'impiego di colori netti che spiccano gli uni sugli altri, motivi di grande dimensione dai contorni semplificati e facilmente riconoscibili, e soprattutto unicità degli stemmi (spesso non rispettata, per ignoranza più che per volontà di plagio).[53]

Il «rebus» che costituisce le armi di La Tour-du-Pin, comune dell'Isère.

Questo desiderio di identità si esprime anche nell'utilizzo di simboli, ricordi di fatti notevoli o traduzione di tratti caratteristici legati al possessore (armi alludenti), o anche rappresentazione del patronimico, senza esitare davanti all'approssimazione, perfino il gioco di parole (armi parlanti).

Ma il blasone non è statico e può evolvere in funzione:

  • di un'alleanza, quando i blasoni degli alleati si riuniscono per formarne uno solo, unione codificata da regole che specificano il tipo di unione[54] (vedi sotto «partizione»);
  • di un'eredità, che talvolta impone all'erede una modifica (una brisura) del blasone originale in funzione del grado di parentela;
  • di una distinzione onorifica accordata da un signore feudale, che dà a un vassallo il diritto di aggiungere sul suo blasone un elemento distintivo tratto dal proprio (un aumento);
  • di una diffamazione (arma diffamata o scaricata[55]) quando il blasone originale è stato «disonorato» dal suo possessore o da un suo un antenato e vi sono stati inseriti marchi d'infamia (vedere leone araldico, leone codardo, immaschito vilené etc.).
  • di una sostituzione per evitare la scomparsa del blasone di una famiglia che si è estinta.[56][57]

Libertà del disegno araldico

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Pl. XIX di Denis Diderot - Parigi, 1776, incisione su rame

L'araldica riconduce tutte le espressioni grafiche che studia alla struttura fondamentale dello stemma che si assume essere la rappresentazione dello scudo utilizzato dai cavalieri medievali. Questo è il motivo per cui in araldica la forma dello scudo è irrilevante ai fini della blasonatura, in quanto lo stemma è sempre lo stesso a prescindere dal tipo di scudo su cui veniva disegnato. Allo stesso modo l'araldica riconosce i colori solo nella loro essenza di colore astratto e non nella singola tonalità che può essere in realtà utilizzata nei vari casi. Ugualmente, infine, non è importante il modo in cui viene disegnata una figura araldica, quale ad esempio un leone, ma la posizione o gli elementi particolari utilizzati come mezzi di identificazione.

Se si parla semplicemente di un leone, quindi, si vuole descrivere un leone rappresentato in posizione rampante, rivolto verso la sinistra dell'osservatore – la destra dello scudo –, con tutte e quattro le zampe visibili e in cui si possano distinguere la lingua, gli artigli delle zampe e la coda. Chiunque può disegnare il leone che vuole, purché rispetti le poche regole suindicate: quello sarà sicuramente un leone araldico e come tale sarà citato nella blasonatura e sarà riconosciuto da tutti.

Le varianti realmente significative, sono allora quelle che in qualche punto modificano la figura originale; si parlerà di leone rivoltato per dire che è rivolto verso la destra dell'osservatore, di leone lampassato di rosso per quello che ha la lingua colorata in rosso, di leone armato d'oro per quello che ha gli artigli colorati d'oro, di leone coronato per quello la cui testa è sovrastata da una corona, di leone passante per quello che è rappresentato in posizione di cammino e non rampante, di leone bicipite per quello a due teste (rivolte solitamente in direzioni opposte).

Ecco quindi che l'estrema libertà nella rappresentazione grafica viene ad essere strettamente correlata a una estrema rigidità nel linguaggio utilizzato per la blasonatura; ogni parola del linguaggio ha un suo ben preciso ed esclusivo significato e, per contro, è l'unica che può essere impiegata per descrivere quel particolare elemento grafico.

Altro elemento caratteristico del linguaggio araldico è l'irrilevanza delle misure (ogni stemma può essere rappresentato delle dimensioni desiderate) rispetto alla grande importanza delle proporzioni, che sono l'unico mezzo capace di distinguere tra loro elementi che sarebbero altrimenti identici. Una striscia che attraversi orizzontalmente uno scudo viene descritta con parole diverse a seconda delle sue proporzioni rispetto allo scudo stesso: sarà una fascia se è alta un terzo dello scudo, una divisa se diminuita di un terzo, una burella se ulteriormente diminuita fino a consentirne la presenza di 6 o 8 esemplari, e così via.

I primi due disegni sopra riportati si riferiscono entrambi allo stesso stemma, quello di Obernai, città dell'Alsazia francese e sono entrambi assolutamente regolari, pur essendo disegnati su scudi di forma diversa.
Allo stesso modo le due immagini a destra, relative allo stemma della città francese di Colmar, sono del tutto equivalenti, pur presentando due mazze d'armi di diversa fattura.

Le componenti dello stemma

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Uno stemma ha due componenti: il campo e le figure. Il primo rappresenta lo scudo e può essere di un unico smalto (scudo pieno) oppure ripartito in aree distinte, le cosiddette partizioni, di colore diverso. Le seconde sono tutte quelle forme che possono essere disegnate sul campo, in uno o in più esemplari; le figure araldiche, a loro volta, si possono distinguere in figure — immagini reali o inventate di persone, animali, oggetti, ecc. — e pezze — forme geometriche elementari o complesse che non vanno confuse con quelle che compaiono come componenti del campo.

Forma dello scudo

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Principali forme dello scudo:
1. scudo francese antico
2. scudo francese moderno (sannitico)
3. scudo ovale (delle dame)
4. scudo a losanga (delle damigelle)
5. scudo da torneo (banderese)
6. scudo italiano (a testa di cavallo)
7. scudo svizzero
8. scudo inglese
9. scudo tedesco (a tacca)
10. scudo polacco
11. scudo spagnolo, portoghese e fiammingo

Lo scudo, supporto materiale del blasone, ha forme diverse secondo il luogo e l'epoca, e può assumere le forme più varie. Théodore Veyrin-Forrer censisce 24 differenti forme degli scudi; Ottfried Neubecker[58] ne presenta più di un centinaio, raggruppati per paese e per epoca, per lo più con datazioni certe (pagine 76-77).[59]

Alcune osservazioni su queste forme:

  • lo scudo antico, a tre lati (non rappresentato qui a fianco), era disegnato ritto non sulla punta secondo il modo classico, ma appoggiato sul suo lato destro (all'antica);
  • uno degli scudi italiani, ovale, era portato dagli ecclesiastici e, in Francia, dalle donne maritate;
  • l'incavatura dello scudo tedesco permetteva di sostenere la lancia.

Organizzazione dello scudo

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Per potersi inquadrare sullo scudo, questo è stato diviso in nove zone dette punti dello scudo.[60] Questi punti sono identificati da nomi, che variano di poco secondo gli autori, eccezion fatta per il «punto centrale» (5), detto anche «cuore» o «abisso».

Due altri punti, citati da tutti, sono il «punto d'onore» (A) e l'«ombelico» (Ω). Ma se per alcuni si tratta di un'area equivalente ai primi, posta a cavallo di 2 zone (cf. disegno), per altri si tratta di punti in senso geometrico, situati al centro delle frontiere 2-5 e 5-8.

Quali che siano gli autori, vi è simmetria di denominazione tra 1 e 3, 4 e 6, 7 e 9 in cui destra per 1, 4 e 7 corrisponde a sinistra per 3, 6 e 9. — In araldica, sinistra e destra sono quelle di chi porta lo scudo.

  • Punto 1: canton destro del capo (Duhoux D'Argicourt lo chiama «angolo destro del capo», che designa secondo gli altri autori l'angolo materiale dello scudo);
  • Punto 2: punto del capo (numerosi autori lo chiamano semplicemente «capo» ma non confermano tale denominazione nella loro definizione di «capo»);
  • Punto 4: punto del fianco destro (stessa osservazione fatta per il capo);
  • Punto 7: canton destro della punta (Duhoux D'Argicourt, come per 1, parla di «angolo»);
  • Punto 8: punto della punta (la maggior parte degli autori usa solo punta, ma si trova più spesso conferma nella definizione di punta; talvolta si trova piede).

Queste differenze di vocabolario o di definizione non hanno in pratica conseguenze sulla blasonatura, il che probabilmente spiega come mai tali differenze resistano.

Lo stesso argomento in dettaglio: Smalto (araldica).

Tutti gli elementi che compongono il blasone hanno un attributo di smalto. Si tratta di colori simbolici: così il gueule è rappresentato da un rosso, che si tratti di vermiglio, scarlatto, carminio o altro, e le pellicce sono di fatto delle composizioni bicolori.

Gli smalti sono divisi in tre gruppi: i metalli, i colori e le pellicce[61][62] (queste ultime chiamate anche "fodere", "foderature", "pelli" o "panni"[63]). Alcuni autori includono tra gli smalti solo i metalli e i colori.[64][65]

Occorre notare che in alcuni testi i termini smalto e colore sono utilizzati invertendoli tra loro.

Gli smalti sono oggetto di un'importante regola araldica detta «regola di contrasto dei colori».[65][66]

 Colori[67]
Rosso o cinabro
Azzurro
Nero
Verde
Porpora o paonazzo
 Metalli[67]
Oro
Argento
 Pellicce
Armellinomoscature nere su fondo bianco
Contrarmellino
o spolverato d'argento
Inverso dell'armellino (moscature bianche su fondo nero)
Armellinatovarianti dell'armellino
Vaio (a volte Vajo)alternanza di campanelle blu e bianche
Controvaio (a volte controvajo)vaio invertito
Vaiato (a volte vajato)varianti del vaio
Controvaiato (a volte controvajato)varianti del vaio
Campanella di vaio
Moscatura d'armellino

Lo scudo può essere diviso in più parti uguali, secondo linee semplici.

Si chiamano partizioni i diversi modi di dividere lo scudo.[68]

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partitotroncatotrinciatotagliato

Le quattro partizioni di base (partito, troncato, trinciato, tagliato) sono talvolta definite «i quattro colpi guerrieri», benché questi nomi non corrispondano al vocabolario della scherma medievale.

Queste partizioni di base si possono combinare all'infinito.

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inquartato in decusseinquartatotroncato in scaglioneinterzato in pergola

In effetti ogni elemento si comporta come uno scudo a parte (e dunque può essere partizionato a sua volta), il che fa sì che spesso si comprendano meglio le partizioni come un'unione di più scudi in uno solo, piuttosto che come l'esplosione di uno solo in molti altri.

Scudi iniziali
Unione degli scudi iniziali

Gli elementi creati da una partizione sono di dimensioni uguali, ma non hanno lo stesso «prestigio»: sono gerarchizzati secondo la loro posizione: il prestigio diminuisce dall'alto verso il basso, e da destra verso sinistra, e la blasonatura si fa secondo questa gerarchia.

Un uso molto frequente delle partizione è quello di tradurre araldicamente unioni di ogni natura: matrimoni, annessione di feudi, e così via.

Perciò l'unione a due si farà spesso con un partito (che ha l'effetto di comprimere in larghezza le figure e di sottolineare la preminenza del destro, su cui si possono fare ricerche) o ancora molto spesso con un inquartato (che non deforma lo scudo originale e che rappresenta un'unione più paritaria: il quarto più prestigioso e quello meno prestigioso per uno, i due intermedi per l'altro). L'unione delle prime due immagini a fianco darà, nel partito e nell'inquartato, le due rappresentazioni sottostanti.

Blasonatura: l'uno: d'azzurro, alla croce ansata d'oro, l'altro: d'oro, al grifone di nero; produce: partito, d'azzurro alla croce… e d'oro al grifone…; e: inquartato, nel 1º e nel 4º d'azzurro, alla croce… e nel 2º e nel 3º d'oro, al grifone… (la nozione più egualitaria è debole: la blasonatura è quasi identica).

La partizione può naturalmente essere solo un elemento nella redazione del blasone, come in quello del comune francese di La Tour-du-Pin, in cui il partito serve solo a delimitare i due scomparti del «rebus» (si veda l'illustrazione precedente).

A queste partizioni, definite semplici, si possono aggiungere il sinistrato e l'addestrato.[68][69]

Le partizioni costituite da numerosi elementi, come lo scaccato o il rombeggiato o altre ripartizioni, evidenziano più una preoccupazione decorativa, e hanno una funzione simile a quella di una pelliccia che copre l'intero campo.

Di rosso, alla croce gheronata d'oro e d'azzurro

Pochi scudi sono di colore uniforme (anticamente «pieno»), la maggior parte è ornata (caricati) da disegni (carichi) il cui fine tecnico principale è quello di rendere distinguibili univocamente le armi.

Ai motivi geometrici elementari dell'inizio (che hanno costituito il gruppo delle «pezze onorevoli», con posizione sul campo e dimensione convenzionali), si sono venute ad aggiungere un'infinità di figure di ogni sorta: forme geometriche pure, tra cui le pezze ordinarie (o di second'ordine), esseri viventi animali o vegetali, reali o fantastici, oggetti artificiali o naturali.

Il disegno dei carichi è sempre molto stilizzato, talvolta in modo estremo, senza effetti di tridimensionalità o di chiaroscuro (colore a tinta piatta, talvolta con i contorni evidenziati da una linea).

I carichi sono di un solo colore. Ma può succedere che alcuni elementi di un carico complesso siano di un colore differente (ad esempio: un leone rosso con le unghie nere), in questo caso occorre precisarlo con un termine appropriato (leone di rosso, armato di nero).

A differenza delle partizioni (che delimitano delle zone allo stesso livello), i carichi si pongono sul campo o su un altro carico (ecco perché caricano) andando a costituire uno spessore (nelle rappresentazioni accurate, questo spessore è evidenziato da un'ombra prodotta sul campo che carica, con la luce che convenzionalmente proviene dal davanti in alto e a destra, convenzione di luce che si ritrova nel disegno architettonico: si veda, a fronte, l'ombra della croce sul campo).

I carichi possono essere partizionati se sono di grandezza sufficiente e possono essere ornati da altri carichi (a fronte una croce partizionata: gheronata d'oro e d'azzurro).

Fra i carichi più rappresentati, oltre alle pezze onorevoli, si trovano la croce, il leone, l'aquila, il giglio.

Il numero praticamente infinito dei carichi ha spinto un gran numero di studiosi di araldica a proporre delle classificazioni. Attualmente non vi è l'unanimità su nessuna di esse. Poiché queste classificazioni non intervengono nella blasonatura, esse rivestono un interesse essenzialmente teorico.

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Lo stesso argomento in dettaglio: Wikipedia:Bibliografia/Araldica.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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Enti araldici ufficiali

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Raccolte di stemmi: stemmari, blasonari e armoriali

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Un elenco delle risorse disponibili in rete è riportato in Armoriale.

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